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Il Consiglio e la Fondazione nazionali dei commercialisti hanno pubblicato il documento intitolato “Start-up innovativa: analisi della disciplina e prospettiva di modifica”. Il lavoro rientra tra le attività dell’area di delega “Diritto societario” coordinata dal Consigliere nazionale e Tesoriere David Moro.
Nella pubblicazione, dopo una ricostruzione della disciplina delle start-up innovative, vengono analizzate le principali criticità e alcune ipotizzabili proposte di modifica della stessa. Dal documento emerge, in particolare, che le criticità della disciplina delle start-up innovative non risiedono tanto nella mancanza di incentivi, quanto nella struttura del modello regolatorio, ancora troppo rigido rispetto alla varietà dei percorsi di innovazione. Le proposte di modifica convergono verso un obiettivo comune: passare da uno status protettivo e statico a uno status abilitante e dinamico, capace di premiare l’innovazione reale, ridurre gli attriti operativi e accompagnare le imprese lungo l’intero ciclo di crescita.
Ad oltre dieci anni dall’introduzione della disciplina delle start-up innovative, il quadro normativo appare consolidato ma non privo di asimmetrie applicative. Se, nella fase iniziale, l’obiettivo primario era rimuovere ostacoli all’ingresso (entry barriers) per imprese ad alto rischio e contenuto tecnologico, l’esperienza operativa ha evidenziato come il regime agevolativo, nella sua configurazione attuale, non sempre riesca a trasformarsi in un fattore abilitante della crescita.
Le criticità emergono soprattutto nel passaggio dall’early-stage alla fase di consolidamento, dove il sistema mostra rigidità procedurali, requisiti talvolta poco aderenti alla realtà imprenditoriale e una frammentazione degli strumenti di sostegno.
Uno dei nodi più rilevanti riguarda la definizione legale di innovazione, ancorata a parametri formalizzati (spese in R&S, titoli di studio del personale, brevetti o software registrati).
Tali criteri, pur garantendo verificabilità, risultano:
Il rischio sistemico è una selezione distorta: imprese formalmente conformi ma poco dinamiche accedono al regime, mentre realtà innovative “atipiche” restano escluse.
La disciplina, pur basandosi su autocertificazione, comporta un monitoraggio continuo dei requisiti e aggiornamenti periodici presso il Registro delle imprese.
In concreto, ciò genera:
L’attrito regolatorio riduce l’efficacia delle agevolazioni, trasformando lo status in un vincolo gestionale anziché in un fattore di semplificazione.
L’introduzione di condizioni più stringenti dopo il terzo anno ha rafforzato la selettività del sistema, ma ha anche evidenziato un problema strutturale: i tempi normativi non sempre coincidono con i tempi economici dell’innovazione.
In molti settori:
Il risultato è una possibile uscita “forzata” dal regime agevolativo di imprese ancora strutturalmente in fase di sviluppo.
Il documento evidenzia una criticità di sistema: la disciplina delle start-up innovative non è sempre accompagnata da un ecosistema finanziario coerente.
In particolare:
Ne deriva un mismatch tra finalità della norma (favorire la crescita) e strumenti effettivamente fruibili.
Una prima direttrice di riforma riguarda l’ampliamento del concetto di innovazione, superando un approccio esclusivamente formale.
Le proposte si orientano verso:
L’obiettivo è rendere la disciplina più aderente alla realtà economica dell’innovazione contemporanea.
Un secondo asse di intervento riguarda la razionalizzazione degli adempimenti.
Tra le proposte:
La finalità è trasformare il regime da sistema “difensivo” a sistema pro-attivo, che accompagni l’impresa anziché sorvegliarla in modo punitivo.
Il documento propone implicitamente una trasformazione dello status in un percorso modulare, con regimi differenziati:
In questa prospettiva, lo status non è più un “contenitore unico”, ma una traiettoria regolatoria adattiva.
Infine, emerge una proposta di sistema: ripensare la start-up come snodo tra sapere, finanza e lavoro.
Ciò implica: