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Editoriali

17 novembre 2020

Filosofia antica e verità moderne

Autore: Direttore Antonio Gigliotti
Gigliotti 400x400 - Replica diretta 16.01.2020
“Ho vissuto abbastanza; ora, sazio, aspetto la morte”.

Così scriveva Seneca sul finire dei suoi giorni, intorno al 65 d.C., in una delle sue “Epistulae morales” a Lucilio, quando il pensiero della vecchiaia e della morte erano ormai divenuti ricorrenti.

Aggiungeva, anzi, con grande saggezza: “Ho vissuto e ho percorso il cammino che il destino mi ha assegnato. Se dio vorrà concederci ancora un giorno accettiamolo con gioia. È veramente felice e padrone di sé chi aspetta il domani senza preoccupazione; se uno dice: "Ho vissuto," ogni giorno alzarsi al mattino gli appare come un guadagno”.

Non serve aver letto Seneca per aver chiara questa consapevolezza; essa è insita in chiunque, varcata la soglia della vecchiaia, si ritrovi a tirare le somme della propria esistenza, a farne un bilancio, considerando quanto pieno ed appagante sia stato il proprio vissuto.

Quel che varrà la pena misurare non sarà, allora, quanto a lungo si sia vissuto, ma se si sia vissuto abbastanza, perché sulla misura del “quanto basta” non è il destino a disporre ma la propria anima, il proprio sentire: “La vita è lunga se è piena; ed è pienamente compiuta quando l'anima ha riconsegnato a se stessa il suo bene e ha preso il dominio di sé".

L’anziano signore ricoverato in terapia intensiva per Covid al Lanzo Hospital di Alto Valle Intelvi - comune di tremila anime nel comasco - questa consapevolezza doveva averla ben maturata, quando, al medico che si prodigava per salvargli la vita ha detto: “Ho fatto tutto quello che volevo nella mia vita. Ho 90 anni, lasciatemi andare.”

Con la gratitudine di chi ha avuto il dono d’un vissuto che ha scavalcato una guerra, passando per il boom economico, fino ad arrivare all’era che al concreto ha sostituito il virtuale, l’uomo ha dignitosamente ripiegato le ali della propria esistenza e con l’altruismo tipico d’una educazione d’altri tempi, ha riconosciuto che fosse arrivato il momento di farsi da parte e lasciare il posto a chi di vita ne avrebbe avuta ancora da spendere e che, più di lui, meritava perciò cure ed assistenza. Lui avrebbe solo sottratto tempo ed impegno ad altri malati che era, invece, più urgente e necessario soccorrere.

Ma il giovane medico riabilitatore, fedele a quell’antico giuramento che impone di “curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute”, di accettare la resa dell’anziano signore non ne ha proprio voluto sapere. Anzi, quel gesto di grande nobiltà d’animo e di profonda dignità è divenuto il propellente per mettere in campo tutte le energie, tutti gli strumenti, tutta la dedizione necessaria ad averla vinta contro un nemico nei cui confronti ogni piccola vittoria ha il sapore di una conquista e di una riscossa.

Ci sono due grandi lezioni che questo piccolo, toccante episodio dona a noi viandanti di questo misero tempo: un insegnamento che affonda le sue radici in una filosofia antica, di quelle avvezze a cogliere segnali e moniti in ogni piega del vissuto e dell’esistenza, tramutandoli in principi imperituri; e una strategia di comportamento, fondata, più che sull’adattamento alla realtà, sulla tenacia dell’impegno con cui tentare di dominarla, in nome dell’affermazione non tanto d’una supremazia ma della volontà di non lasciarsi sopraffare.

Il primo proviene ancora una volta da Seneca, le cui parole risuonano di fiducia e di speranza, divengono bussola che orienta laddove forte parrebbe la tentazione della resa: “Nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento della vita”.

L’altro è il saldo avvinghiarsi a quel “volere” che spesso si traduce in “potere”, la strenua difesa dell’essere e dell’esistere in risposta ad una sfida della sorte, l’impegno che travalica ogni ostacolo per giungere alla conquista finale.

L’anziano signore incarna la saggezza antica; il giovane medico la verità moderna. Insieme sono il simbolo d’una vittoria - più che mai possibile, più che mai reale - contro un virus nemico che, malgrado tutto, ci avrà insegnato, a sua volta, un valore: la resistenza.
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