8 agosto 2022

Una realtà difficile da digerire: la distanza dalle tariffe non è solo un problema fiscale

Autore: Paolo Iaccarino
A volte ritornano. Ormai inutili dal punto di vista contrattuale, le abrogate tariffe professionali vengono nuovamente tirate in ballo, ancora una volta utilizzate dall’Amministrazione Finanziaria negli avvisi di accertamento indirizzati ai commercialisti. Questa volta il riferimento utilizzato dall’Agenzia delle Entrate è il Decreto del Ministro della Giustizia del 20 luglio 2012, n. 140, in materia di determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della Giustizia.

Non è la prima volta che l’Agenzia delle Entrate tenta di riesumare le tariffe professionali ai fini della rettifica con metodi presuntivi. Nel recente passato fece scalpore l’applicazione ai fini dell’accertamento degli onorari consigliati dall’Associazione Nazionale Commercialisti, in quello che rappresenta solo un riferimento per gli operatori del settore. In maniera generalizzata, senza ulteriori riscontri di alcun tipo o natura, l’Amministrazione Finanziaria agì diffusamente ricalcolando gli onorari professionali in ragione della sola incongruenza fra le tariffe applicate e quelle consigliate dall’Associazione di Categoria, senza che ulteriori elementi concorressero nella presunzione di evasione.

Oggi accade nuovamente. Come denunciato dall’Associazione Nazionale Commercialisti l’Agenzia delle Entrate ci riprova, questa volta utilizzando un differente parametro di paragone. Richiamando l’articolo 28 del DM n. 140 del 2012 dedicato alla compilazione dei modelli dichiarativi, l’Amministrazione Finanziaria tenta la rettifica in aumento presumendo, contro il principio di cassa, compensi maggiori rispetto a quelli dichiarati. Un’attività prettamente aritmetica, senza alcuna valutazione ulteriore.

Senza risultare provocatori, dopotutto, si tratta di una buona notizia. Sarebbe banale affermare che l’utilizzo ai fini dell’accertamento del citato Decreto Ministeriale, nato per dirimere le controversie fra professionista e cliente, sia inconferente rispetto alla determinazione dell’imponibile, come dedurre l’irrilevanza delle tariffe in tutti i casi in cui rappresentino il solo indizio di evasione avanzato dall’Agenzia delle Entrate. Se letta dalla giusta prospettiva la notizia, ancora una volta, pone nuovamente al centro un problema centrale per il nostro futuro, ovvero quanto sia difficile per il commercialista del terzo millennio, anche a causa di una diffusa percezione negativa dell’opinione pubblica, vendere a prezzi adeguati la propria professionalità.

Se comunemente le tariffe fossero davvero quelle proposte dai vari tariffari in circolazione i problemi economici della categoria sarebbe risolti.
Peccato che la realtà sia ben diversa. Ottenere 850 euro per la redazione di una dichiarazione dei redditi di una società di capitali con annesso modello IRAP è l’eccezione, piuttosto che la regola. Per ogni attività descritta nel Decreto Ministeriale gli onorari medi applicati dai commercialisti sono diffusamente inferiori, a volte lontani anni luce.

Il problema, allora, non è legato all’accertamento, ma alla cronica e incolmabile distanza esistente fra onorari reali e gli onorari potenziali, probabilmente il principale elemento che fa del commercialista odierno il proletario del nuovo millennio. E da qui che bisogna ripartire.
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