16 settembre 2022

Ammissibile l’appello tributario con le sole argomentazioni del primo grado

Autore: Francesco Giuseppe Carucci
Nei giorni in cui si discute della recente riforma della giustizia tributaria, ispiratrice dello sciopero proclamato da magistrati tributari e commercialisti, la Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 26340 depositata lo scorso 7 settembre, è ritornata ad esprimersi sulla forma (e sul contenuto) del ricorso di appello di cui all’articolo 53 del D.lgs. n. 546 del 31 dicembre 1992.

La norma in questione, non interessata dalla riforma, dal punto di vista sostanziale impone che l’appello contenga «l'esposizione sommaria dei fatti, l'oggetto della domanda ed i motivi specifici dell'impugnazione». Ad avviso della Commissione Tributaria Regionale che aveva pronunciato la sentenza posta al vaglio dei giudici di legittimità, la specificità dell’impugnazione consiste nella contestazione in modo specifico dell'iter logico-argomentativo che ha condotto il giudice di prime cure alla decisione definitiva, denunciando i vizi specifici della sentenza impugnata. Denuncia che difettava nell’appello proposto dalla parte contribuente che si limitava, invece, ad esporre le medesime doglianze di cui al ricorso proposto dinanzi ai giudici di primo grado.

Tale circostanza, a parere del Supremo Collegio, non determina l’inammissibilità (o l’illegittimità) dell’appello in quanto la riproposizione in appello delle ragioni dedotte dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale assolvono all'onere di impugnazione specifica previsto dall'articolo 53 del D. Lgs. n. 546/1992, secondo il quale il ricorso in appello deve contenere «motivi specifici dell'impugnazione» e non nuovi motivi, atteso il carattere devolutivo pieno dell'appello che, nel processo tributario, non si limita a mezzo d'impugnazione dei vizi specifici della sentenza di primo grado, ma è rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito nella sua interezza.

In altri termini, in virtù del principio affermato dai giudici di legittimità, la specificità dei motivi che la norma prescrive non si traduce nell’obbligo di formulare nuove argomentazioni a sostegno delle proprie richieste al giudice d’appello in quanto la semplice riproposizione delle ragioni esposte ai giudici di prime cure è idonea a manifestare «un dissenso che investa la decisione di primo grado nella sua totalità».

La Suprema Corte ha altresì precisato che l’orientamento espresso e ribadito non è, d’altra parte, neanche incoerente con quanto autorevolmente affermato dalla sentenza n. 27199 del 2017 delle Sezioni Unite in tema di specificità dei motivi dell’appello civile secondo le prescrizioni dell’articolo 342 del Codice di procedura civile. Non solo perché la citata sentenza ha sancito che, oltre all’individuazione delle questioni e dei punti della sentenza impugnata che si intende contestare vi deve essere una parte argomentativa che sconfessi le ragioni del primo giudice, ma anche perché l’appello civile conserva la sua natura di «revisio prioris instantiae». Per di più, l’articolo 53 del D.lgs. n. 546/1992, relativo all’appello tributario, si pone come norma speciale rispetto all’articolo 342 del Codice di procedura civile. Ciò significa che l’appello proposto nel giudizio tributario non soggiace ai medesimi limiti di critica vincolata propri dell’appello civile, sicché, come anticipato, l’esposizione delle medesime ragioni formulate dinanzi ai giudici provinciali sono idonee e sufficienti a fare emergere il dissenso dell’appellante rispetto alla sentenza impugnata.
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