26 aprile 2022

Avvocati “sottosoglia”. Incostituzionali le sanzioni per la mancata iscrizione alla Gestione Separata

Corte costituzionale, sentenza depositata il 22 aprile 2022

Autore: Paola Mauro
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 104 del 22/04/2022, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 12, del D.L. n. 98 del 2011 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, nella L. n. 111 del 2011, nella parte in cui non prevede che gli avvocati del libero foro non iscritti alla Cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie di reddito o di volume di affari di cui all’art. 22 della L. n. 576 del 1980 (Riforma del sistema previdenziale forense), tenuti all’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata costituita presso l’INPS, siano esonerati dal pagamento, in favore dell’ente previdenziale, delle sanzioni civili per l’omessa iscrizione con riguardo al periodo anteriore alla sua entrata in vigore.

La norma di interpretazione autentica - Con il citato art. 18, comma 12, del D.L. n. 98 del 2011 è stato previsto che l’art. 2, comma 26, della L. n. 335 del 1995 si interpreta nel senso che i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, tenuti all’iscrizione presso l’apposita Gestione Separata INPS, «sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11, in base ai rispettivi statuti ed ordinamenti».

Il legislatore quindi non si è limitato a prevedere che i soggetti tenuti a iscriversi alla Gestione Separata sono quelli che svolgono «attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali», ma ha aggiunto che tale obbligo compete anche a coloro che svolgono «attività non soggette al versamento contributivo agli enti» della categoria professionale di appartenenza.

Nella giurisprudenza di legittimità (a partire da Cass. Sez. L n. 30344 e n. 30345 del 2017) è prevalsa l’interpretazione, ormai consolidata in una regola di diritto vivente, secondo cui l’unico versamento contributivo rilevante ai fini dell’esclusione dell’obbligo di iscrizione alla Gestione separata, è quello – cosiddetto soggettivo – correlato all’obbligo di iscriversi alla propria gestione di categoria e suscettibile di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata posizione previdenziale e non già quello cosiddetto integrativo, che non attribuisce al lavoratore il diritto a prestazioni pensionistiche per gli eventi della vecchiaia, dell’invalidità e della morte (così, segnatamente con riferimento agli avvocati del libero foro, a partire da Cass. Sez. L n. 32508/2018).

Il fondamento di questo principio risiede nell’esigenza di «universalizzazione della copertura assicurativa», espressa dagli artt. 35 e 38 Cost., la quale obbliga lo Stato a prevedere che a ogni attività lavorativa, subordinata o autonoma, sia necessariamente collegata un’effettiva tutela previdenziale.

Costituisce, dunque, regola di diritto vivente quella secondo cui sono obbligati a iscriversi alla Gestione Separata INPS non solo i soggetti che svolgono abitualmente attività di lavoro autonomo il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ma anche i soggetti che, pur svolgendo attività il cui esercizio sia subordinato a tale iscrizione, non hanno tuttavia, per ragioni reddituali, l’obbligo di iscriversi alla Cassa di previdenza professionale e restano quindi obbligati al versamento del solo contributo cosiddetto integrativo, non anche di quello cosiddetto soggettivo, il solo a cui consegue la costituzione di una vera e propria posizione previdenziale (ex plurimis, Cass. Sez. L n. 544/2021).

Ciò premesso, con la sentenza in esame, i giudici della Consulta hanno ritenuto l’illegittimità costituzionale della norma interpretativa introdotta dall’art. 18, comma 12, del D.L. n. 98 del 2011, nella parte in cui non prevede che gli avvocati del libero foro non iscritti alla CNPAF per mancato raggiungimento delle soglie di reddito o di volume di affari di cui all’art. 22 L. n. 576 del 1980, tenuti all’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata costituita presso l’INPS, siano esonerati dal pagamento, in favore dell’ente previdenziale, delle sanzioni civili per l’omessa iscrizione con riguardo al periodo anteriore alla sua entrata in vigore.

Ragioni dello stop alle sanzioni - Inizialmente – osservano i giudici costituzionali - la Corte di Cassazione – in alcune pronunce precedenti alla censurata disposizione di interpretazione autentica (Sez. L, sentenze n. 14069/2006, n. 3622/2007 e n. 13218/2008), pur rese con riferimento all’ipotesi dell’esercizio di attività di lavoro autonomo in assenza dell’obbligo di iscrizione ad albi o elenchi abilitanti – è apparsa univocamente orientata ad affermare un’interpretazione restrittiva dell’art. 2, comma 26, della L. n. 335 del 1995, secondo la quale l’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata non avrebbe trovato applicazione nel caso di attività professionale forense, sussistendo già una specifica Cassa di previdenza con una relativa regolamentazione speciale dell’obbligo di iscrizione e di pagamento dei contributi.

L’affidamento in questa interpretazione trovava, quindi, l’avallo della giurisprudenza di legittimità e, in ragione di ciò, assumeva una connotazione più pregnante, raggiungendo un livello di maggiore significatività, di cui il legislatore non poteva non tener conto nel momento in cui ha introdotto la disposizione di interpretazione autentica in esame.

Prima di quest’ultima, il comportamento dell’avvocato con un reddito (o un volume d’affari) “sottosoglia”, che ometteva di iscriversi alla Gestione Separata e che poi sarebbe risultato essere “inadempiente” per effetto della disposizione di interpretazione autentica censurata, trovava però una scusante proprio nei primi arresti della giurisprudenza di legittimità, maturati peraltro in un contesto in cui il regime previdenziale di categoria, centrato sulla regolamentazione della Cassa di previdenza forense, aveva carattere di specialità.

Il legislatore, pur fissando legittimamente, con l’art. 18, comma 12, del D.L. n. 98 del 2011, come convertito, un precetto normativo che la disposizione interpretata era fin dall’inizio idonea a esprimere, avrebbe dovuto comunque tener conto, in questa particolare fattispecie, di tale già insorto affidamento in una diversa interpretazione; ciò, peraltro, in sintonia con un criterio destinato ad affermarsi nell’ordinamento previdenziale.
  • Per i giudici costituzionali, dunque: «La reductio ad legitimitatem della norma censurata può, quindi, essere operata mediante l’esonero dalle sanzioni civili per la mancata iscrizione alla Gestione separata INPS relativamente al periodo precedente l’entrata in vigore della norma di interpretazione autentica.
  • In tal modo è soddisfatta l’esigenza di tutela dell’affidamento scusabile, ossia con l’esclusione della possibilità per l’ente previdenziale di pretendere dai professionisti interessati, oltre all’adempimento dell’obbligo di iscriversi alla Gestione separata e di versare i relativi contributi, anche il pagamento delle sanzioni civili dovute per l’omessa iscrizione con riguardo al periodo intercorrente tra l’entrata in vigore della norma interpretata e quella della norma interpretativa».
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