22 febbraio 2022

Compenso del Sindaco, onere probatorio

Autore: Giovanni Colombi
Lo scorso 16 febbraio è stata pubblicata l’Ordinanza 5128/2022 emessa dalla I Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione (camera di consiglio del 2 dicembre 2021), avente ad oggetto l’onere probatorio posto a carico del sindaco che si vede negata l’ammissione del proprio credito allo stato passivo della società.

In estrema sintesi, la vicenda può essere così riassunta. A seguito del fallimento della società della quale un professionista era stato sindaco per circa tre anni, egli presenta la propria istanza di ammissione allo stato passivo della stessa, istanza avente ad oggetto i crediti professionali maturati a fronte della carica ricoperta.

Il Curatore del fallimento, in sede di esame dell’istanza, propone l’esclusione della stessa in quanto il credito professionale non sarebbe stato supportato da sufficiente documentazione probatoria circa il corretto e diligente assolvimento delle attività tipiche riconducibili alla carica ricoperta dal creditore istante.

Nello specifico non sarebbe stato depositato alcun documento comprovante l’effettiva attività di controllo esercitata dal sindaco: nessun verbale riconducibile alle verifiche trimestrali né traccia delle assemblee alle quali avrebbe partecipato come pure neppure alcuna riprova dell’attività di revisione dei conti.

Il sindaco, ovviamente, si oppone al provvedimento di esclusione e la vicenda approda sino alla Suprema Corte di Cassazione.

In sede di attività difensiva il professionista eccepisce la condotta posta in essere dal Fallimento, contestando come l'eccezione di inadempimento sollevata in sede di giudizio oppositivo da parte della curatela sarebbe stata formulata in modo apodittico e vuota di contenuti, non avendo specificato in qual modo si sarebbe concretizzata l'inesattezza dell'adempimento della prestazione professionale fornita, così rendendo la predetta eccezione inammissibile.

I Supremi Giudici, però, non hanno condiviso l’eccezione sopra espressa, sostenendo “…che porre a carico del debitore convenuto che eccepisca l'altrui inadempimento - come pretenderebbe il ricorrente - un onere di allegazione eccedente rispetto a quanto sia sufficiente per individuare, tramite l'indicazione della fonte e dell'oggetto della obbligazione, il contenuto dell'obbligo (nella specie, il diligente esercizio della funzione assunta) il cui inadempimento è imputato all'altra parte, si tradurrebbe in falsa applicazione del principio sopra ricordato in tema di ripartizione degli oneri probatori (così, anche Sez. 1, Sentenza n. 12501 del 2015).

Il principio sopra ricordato è stato oggetto di un rilevante pronunciamento, a Sezioni Unite, della Suprema Corte in tema di ripartizione dell’onere probatorio. “La consolidata giurisprudenza di questa Corte, a partire dal noto arresto reso a sezioni unite (v. n. 13533 del 30/10/2001), ha infatti statuito il principio secondo cui - in tema di prova dell'inadempimento di una obbligazione – il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l'adempimento, deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell'onere della prova del fatto estintivo dell'altrui pretesa, costituito dall'avvenuto adempimento, ed eguale criterio di riparto dell'onere della prova deve ritenersi applicabile al caso in cui il debitore convenuto per l'adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno si avvalga dell'eccezione di inadempimento ex art. 1460 cod.civ., risultando in tal caso invertiti i ruoli delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente si limiterà ad allegare l'altrui inadempimento, ed il creditore agente dovrà dimostrare il proprio adempimento (ovvero la non ancora intervenuta scadenza dell'obbligazione).”

Per concludere l’intervento odierno non possiamo che rilevare come l’importanza di documentare adeguatamente l’effettività dell’azione svolta ed il grado di diligenza con il quale la stessa è stata compiuta costituisce, per i componenti dell’organo di controllo, una esigenza che va ben oltre quella connessa al riconoscimento (peraltro importante) della spettanza del proprio compenso: è di tutta evidenza che la contestata effettività delle prestazioni professionali erogate apre la strada non solo alla contestazione del compenso spettante quanto, e soprattutto, all’insorgere di possibili profili di responsabilità professionale le cui ricadute, il più delle volte, eccedono di gran lunga l’eventuale disconoscimento del diritto alla remunerazione della propria opera.
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