30 maggio 2022

IVA. Variazione per sconti o abbuoni

Sanzione per omessa regolarizzazione di acquisti senza fatture o con emissione di fattura irregolare

Autore: Paola Mauro
La Corte di Cassazione (Sez. V civ.), con l’ordinanza n. 9996/2022 pubblicata il 28 marzo, ha precisato che, in tema di IVA, il ricorso alla procedura di variazione prevista dall'art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 633 del 1972,in conseguenza dell'applicazione di abbuoni o sconti, con la connessa riduzione dell'ammontare imponibile, richiede una duplice condizione: a) che venga praticato al cessionario o committente, dal cedente o dal prestatore, uno sconto sul prezzo della vendita effettuato; b) che la riduzione del corrispettivo al cliente sia il frutto di un accordo, documentale o verbale, coevo o successivo alla cessione, del quale in ogni caso va fornita prova da parte dei soggetti interessati, mediante la trasfusione del patto stesso in note di accredito, emesse da una parte a favore dell'altra, con l'allegazione della causale che, volta per volta, abbia giustificato gli sconti medesimi.

Il caso- Il giudizio nasce dall’impugnazione dell’atto di contestazione di sanzioni, ex art. 6, comma 8, D.lgs. n. 471 del 1997, irrogate dall’Agenzia delle Entrate per aver la Società contribuente omesso di regolarizzare le fatture emesse per l’anno 2007 da due clienti (Supermercati) a fronte di contributi e premi di fine anno riconosciuti dalla ricorrente e derivanti da contratti di fornitura merci.

Il ricorso è stato accolto dalla Commissione Tributaria Provinciale di Genova, con sentenza poi confermata dalla Commissione Tributaria Regionale della Liguria, per la quale la responsabilità andava imputata in via esclusiva ai Supermercati, clienti della società, che avevano emesso fatture senza applicazione dell’IVA e che avrebbero dovuto emettere le relative note di variazione.

Ebbene, alla luce di quanto stabilito dalla C.T.R., la Difesa erariale ha proposto ricorso per cassazione, denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 21 e 26, comma 2, D.P.R. n. 633 del 1972, per avere la C.T.R. escluso che la contribuente fosse tenuta alla regolarizzazione delle fatture emesse dai Supermercati clienti, con esclusione dell’IVA ex art. 2, comma 3, D.P.R. n. 633 del 1972, emissione avvenuta in luogo dell’adozione della procedura di variazione ex art. 26 D.P.R. n. 633 cit., nonostante la natura di sconti commerciali dei premi di fine anno corrisposti dalla Società.

Gli Ermellini hanno accolto il ricorso erariale.

Ragioni della decisione -In particolare, i Massimi giudici hanno osservato che nella vicenda in giudizio, ai sensi dell’art. 26 D.P.R. n. 633 del 1972, la Società contribuente «avrebbe dovuto ricevere una nota di credito (con esposizione dell'IVA relativa), per l'importo del premio e, in tal senso, la norma impone a entrambe le parti dell'operazione l'adempimento di specifici oneri formali volti, sostanzialmente, a "modificare ex post” i dati - relativi al corrispettivo e all’imposta liquidata (cfr. l'art. 21, comma 2, lett. c] ed e], D.P.R. n. 633 del 1972) - indicati nella originaria fattura, mediante la rappresentazione meramente contabile di una operazione inversa, in cui il cedente/prestatore emette una nota di accredito a favore del cessionario/committente, con indicazione dell'importo corrispondente alla riduzione di prezzo praticata, sul quale liquida l'imposta, con applicazione della medesima aliquota IVA indicata nella originaria fattura, così da precostituirsi il titolo cartolare idoneo a portare in detrazione - assumendo figurativamente la posizione del cessionario/committente - l'imposta liquidata nella nota di credito. Il cedente/prestatore, infatti, deve annotare la variazione nel proprio registro degli acquisti (ai sensi dell’art. 25 D.P.R. n. 633 del 1972), come se si trattasse di una fattura passiva, mentre il cessionario/committente che riceve la nota di credito, deve annotare la variazione nel proprio registro fatture o dei corrispettivi (artt. 23 e 24 D.P.R. n. 633 del 1972) […]. Ne deriva, dunque, che la norma subordina la procedura di variazione alla duplice condizione (a) che venga praticato uno "sconto" sul prezzo di vendita e (b) che tale sconto sia frutto di un accordo, il quale può essere documentale o verbale e anche successivo».

La C.T.R. ha invece sostenuto che, «secondo gli accordi, erano le società E. e I. a dover emettere la nota di variazione ed inoltre sono state le sopraccitate società ad aver emesso fatture senza applicazione di IVA, per cui la società D. non può ritenersi responsabile per come le due società hanno fatturato la somma di cui è causa nulla potendo fare al riguardo».

Gli Ermellini, dal canto loro, sono giunti alla conclusione di dover accogliere il ricorso erariale, poiché, a fronte della disciplina sopra descritta, «per la quale non v'è spazio per accordi derogatori che, ove anche esistenti, sarebbero comunque invalidi per contrasto con la previsione dell'art. 26 cit., norma non derogabile perché rispondente all'esigenza di prevenire frodi (v. Cass. 27692/2013 cit.), si è, invece, fatto erroneamente ricorso all'emissione di fatture senza applicazione dell'Iva, fatture che la contribuente neppure ha provveduto a regolarizzare».

Il rinvio- In conclusione, il Collegio di legittimità ha cassato la sentenza impugnata e disposto il rinvio della causa, anche per le spese, alla C.T.R. della Liguria, in diversa composizione, per la rinnovazione del giudizio.

Precedente conforme: Cass., Sez. V civ., n. 26513 del 12/12/2011
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