19 luglio 2022

L’amministratore “di fatto” risponde delle compensazioni di crediti inesistenti

Cassazione penale, ordinanza depositata il 18 luglio 2022

Autore: Paola Mauro
Il sequestro di beni in relazione al reato fiscale di indebita compensazione può colpire l’amministratore “di fatto” della società, individuato grazie alle dichiarazioni rilasciate dai lavoratori, corroborate da ulteriori elementi di prova, quali l’utilizzo delle carte di credito aziendali, l’incasso di molteplici assegni con la dicitura “a me medesimo” e il fatto che nessuno ha dichiarato di conoscere il legale rappresentante.

È quanto emerge dalla lettura della breve sentenza n. 27700/2022 della Corte di Cassazione (Sez. III penale), depositata il 18 luglio.

Il caso - Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso nei confronti dell’indagato, per il reato di cui all’art. 10-quater, comma 2, D.lgs. n. 74/00, in ragione del mancato versamento di somme dovute all’Erario utilizzando in compensazione, negli anni 2014-2017, ai sensi dell'articolo 17 del Decreto Legislativo 9 luglio 1997, n. 241, crediti inesistenti per un importo annuo superiore ai cinquantamila euro.

Il soggetto i cui beni sono stati sottoposti a sequestro ha presentato ricorso in Cassazione e ha contestato l’esistenza del “fumus” del delitto provvisoriamente ascritto, deducendo, a tal proposito, di non svolgere nella Società il ruolo di amministratore “di fatto”, come invece ritenuto dal provvedimento del GIP, poi confermato in sede di riesame.

La Suprema Corte non è stata dello stesso avviso.

Ragioni della decisione - Nella vicenda in esame, il Tribunale capitolino ha valorizzato i seguenti elementi a carico dell'indagato per dimostrare il suo ruolo di amministratore “di fatto”, come tale responsabile del reato:
  • era stato consigliere d'amministrazione negli anni considerati;
  • aveva la delega a operare sui conti;
  • aveva incassato numerosi assegni con la dicitura “a me medesimo”;
  • aveva prelevato dei contanti e fatto delle spese con le carte di credito aziendali;
  • gli informatori, tra cui i lavoratori, lo avevano indicato come punto di riferimento della Società;
  • è grazie a lui che la Guardia di finanza avevano avuto accesso alla documentazione aziendale.
Ebbene, alla luce dei limiti della cognizione sommaria propria della fase cautelare, gli elementi offerti a discarico dall’indagato sono stati considerati recessivi rispetto agli elementi a carico sopra descritti.

In particolare, il Tribunale ha escluso che gli argomenti spesi dalla Difesa fossero sicuramente conducenti nel senso della compatibilità dei prelievi con le esigenze aziendali e ha concluso che la Società fosse di fatto gestita dal ricorrente «perché nessuno conosceva il legale rappresentante».

Ebbene, l’iter decisionale del Giudice di merito ha trovato l’avallo dei Supremi giudici che, pertanto, con la sentenza citata in apertura, hanno respinto il ricorso dell’indagato, condannandolo, per l’effetto, al pagamento delle spese processuali.
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