1 marzo 2022

L'infedeltà del consulente non limita la difesa per l’inottemperanza

Autore: Paola Mauro
La mancata risposta agli inviti, questionari e richieste degli Uffici finanziari non innesca la sanzione dell’inutilizzabile della documentazione prodotta in sede giudiziale, ai sensi dell’art. 32 D.P.R. n. 600/73, se il contribuente non viene prima avvisato circa le conseguenze di un’eventuale inottemperanza.

In ogni caso la preclusione probatoria in discorso non opera con riguardo ai documenti diversi da quelli specificamente richiesti.

Ricorre, invece, l’esimente della forza maggiore, quando la condotta omissiva è imputabile esclusivamente al consulente fiscale infedele, che per tale ragione è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria, sicché in questo caso l’omissione del contribuente non equivale a un rifiuto di esibizione.

Si tratta dei principi che si ricavano dalla lettura dell’ordinanza n. 6092/2022 della Corte di Cassazione (Sez. V civ.), depositata il 24 febbraio.

Inquadramento normativo - Gli inviti e le richieste da parte degli Uffici finanziari, previsti dall’articolo 32 del D.P.R. n. 600/73 (e in materia di IVA dall’articolo 51 del D.P.R. n. 633/72), per fornire dati, notizie e chiarimenti, rispondono alla funzione di assicurare un dialogo preventivo tra Fisco e contribuente, al fine di favorire la definizione delle reciproche posizioni, così da evitare l’instaurazione del contenzioso giudiziario.

Essendo tale la funzione di inviti e questionari, il legislatore ha previsto la sanzione dell'inutilizzabilità rispetto a quei documenti che siano prodotti dal contribuente soltanto in occasione del giudizio; infatti il comma 4 dell’art. 32 cit. stabilisce che:
  • «Le notizie ed i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri ed i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell'ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell'accertamento in sede amministrativa e contenziosa. Di ciò l'ufficio deve informare il contribuente contestualmente alla richiesta».
Tale disposizione quindi introduce una decadenza processuale in forza di una violazione di un obbligo di cooperazione verificatasi nella precedente fase amministrativa.

La stessa norma però poi precisa, al comma 5, che le cause di inutilizzabilità previste dal comma precedente non operano nei confronti «del contribuente che depositi in allegato all'atto introduttivo del giudizio di primo grado in sede contenziosa le notizie, i dati, i documenti, i libri e i registri, dichiarando comunque contestualmente di non aver potuto adempiere alle richieste degli uffici per causa a lui non imputabile».

Il caso - Nella vicenda qui in esame, molto in breve, la lite col Fisco scaturisce dall’impugnazione di un avviso di accertamento contenente la richiesta di versamento di maggiori imposte per l’anno 2005 a carico di una Società a responsabilità limitata, il cui reddito è stato ricostruito con metodo induttivo, ex art. 39 del D.P.R. n. 600/73, in ragione della mancata presentazione della dichiarazione fiscale.

La Società in questione – in buona sostanza – ha fatto presente ai Giudici di merito l’attribuibilità al consulente fiscale, contro il quale era stata presentata denuncia-querela, sia dell’omissione riguardante la presentazione della dichiarazione dei redditi sia quella riguardante la mancata esibizione di documentazione contabile all’Ufficio, a seguito di invito.

Ebbene, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio, in linea di continuità con la decisione assunta dal primo Giudice, ha confermato l’operato dell’Agenzia delle Entrate, escludendo l’utilizzabilità, ai fini della decisione, della documentazione prodotta dal contribuente soltanto in sede processuale, in quanto ha ritenuto operante la preclusione ex art. 32 c. 4 D.P.R. n. 600/73.

Quanto alla condotta addebitata al consulente fiscale, in termini di scusabilità dell’inottemperanza all’invito di esibire la documentazione contabile in sede di contraddittorio preventivo e di inapplicabilità delle sanzioni ex art. 6 c. 3 Dlgs. n. 472/97, la C.T.R. ha rilevato la mancanza di una sentenza penale definitiva nei confronti del professionista e, comunque, la mancanza di elementi per poter escludere la culpa in vigilando della Società.

A questo punto la controversia è approdata nelle aule del “Palazzaccio”, dove la contribuente ha visto prevalere le proprie ragioni, in quanto il Collegio di legittimità ha riscontrato la violazione di legge in relazione agli artt. 32 D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, e 5 e 6 D.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472.

Ragioni della decisione - Gli Ermellini rilevano come la pervasività dell’art. 32 citato ha portato la giurisprudenza di legittimità a ritenere che la decadenza da essa prevista, oltre alla salvezza dei comportamenti non imputabili, vada circoscritta ai casi in cui vi sia stato formalmente l'esplicito avvertimento al contribuente delle conseguenze (ex lege) dell'inadempimento.

Si è, pertanto, ritenuto che costituisce condizione per l'operatività della sanzione processuale l'invio dell’avvertimento (recita, infatti, la norma: «di ciò l'ufficio deve informare il contribuente contestualmente alla richiesta») che risulti:
  • specifico e puntuale;
  • corredato da un congruo termine minimo per consentire l'adempimento richiesto.
In assenza di tali elementi la decadenza non opera, in quanto disposizione derogatoria dei principi di cui agli artt. 24 e 53 Cost. che «deve essere applicata in modo da non comprimere il diritto alla difesa e di non obbligare il contribuente a pagamenti non dovuti» (Cass., Sez. VI, n. 11765/2014; Cass., Sez. V, n. 20487/2013; Cass., S. U., n. 45/2000).
  • Ciò posto, gli Ermellini rilevano come, nel caso di specie, l’invito all’esibizione di documentazione, allegato al ricorso, non contenesse l'avvertimento dell'Amministrazione finanziaria in ordine alle conseguenze della mancata ottemperanza, con conseguente inoperatività della preclusione processuale.
I Supremi giudici hanno in ogni caso evidenziato come l’operatività della decadenza, in presenza dell’avvertimento di cui sopra, rimanga relegata alla documentazione oggetto di richiesta inevasa; qualora, infatti, si tratti di documentazione non espressamente richiesta, la sanzione non si applica e il contribuente può liberamente produrre ogni documento, diverso da quelli oggetto di richiesta da parte dell'Amministrazione (Cass., Sez. V, n. 3442/2021).

Infine, nel motivare l’accoglimento del ricorso della Società contribuente, i Massimi giudici rilevano l’errore della C.T.R. nell’equiparare l’infedeltà del consulente fiscale a un rifiuto di produrre i documenti richiesti dall'Amministrazione finanziaria, anziché a una causa di forza maggiore, con soluzione di continuità tra comportamento del contribuente e omessa produzione dei documenti richiesti.

La C.T.R. capitolina si è, difatti, limitata a statuire che «la mancata risposta al preventivo contraddittorio (...) rende inutilizzabile la documentazione probatoria eseguita in sede contenziosa», senza accertare se tale evento comporti la non imputabilità del comportamento al contribuente.

Il rinvio - In definitiva, la Suprema Corte ha annullato l’impugnata sentenza e rinviato, per l’effetto, la causa al Giudice di secondo grado, per la rinnovazione del giudizio alla luce dei principi di diritti enunciati.
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata
Iscriviti alla newsletter
Fiscal Focus Today

Rimani aggiornato!

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, e ricevi quotidianamente le notizie che la redazione ha preparato per te.