21 ottobre 2022

Radiazione dall’Albo per chi trattiene per sé il denaro dei clienti

Autore: Paola Mauro
Rischia la radiazione dall’Albo, l’avvocato che non utilizzi per le finalità concordate le somme di denaro ricevute dai clienti, ma le trattenga per sé, non restituendole, per intero o anche solo in parte, agli aventi diritto, in quanto si tratta di una condotta che pregiudica l'affidamento generale che il professionista deve ingenerare in ragione del suo ministero e che compromette sia la credibilità dell'intero ceto forense sia l'immagine che deve mantenere al fine di assicurare la sua funzione sociale nei confronti della collettività.

È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 28468/2022 della Corte di Cassazione (Sez. Un. civ.), che conferma una decisione disciplinare del C.N.F., a sua volta confermativa della pronuncia del Consiglio Distrettuale di Disciplina (C.D.D.).

Il caso - Il ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, è stato proposto da un avvocato romano, al quale è stato contestato, sulla base di esposti presentati da alcuni clienti, l’appropriazione di somme a lui affidate in deposito fiduciario, in alcuni casi per definire una procedura esecutiva, in altri (la maggioranza) per compiere operazioni di acquisto immobiliare, in realtà mai compiute.

Il C.D.D. ha ritenuto provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, sulla base dell'ampia documentazione acquisita agli atti, il mancato impiego delle somme in questione per le finalità concordate, nonché la mancata restituzione delle stesse agli aventi diritto, con la conseguenza che all’incolpato - esclusa la prescrizione e riconosciuta la gravità degli addebiti - è stata comminata la sanzione disciplinare della radiazione.

Il professionista ha impugnato la suddetta decisione del C.D.D. presso il C.N.F., ma non ha ottenuto alcun risultato a sé utile.

Anche il secondo organo giudicante ha, infatti, ritenuto la sanzione della radiazione la più appropriata in ragione sia delle numerose violazioni disciplinari contestate e accertate, sia dell'entità delle somme ricevute e non restituite.

Pertanto l’incolpato è risultato – si riporta testualmente - «non meritevole di appartenere all'ordine forense, in quanto ha pregiudicato l'affidamento generale che il professionista deve ingenerare in ragione del suo ministero, e ha compromesso la credibilità dell'intero ceto forense e l'immagine che deve mantenere al fine di assicurare la sua funzione sociale nei confronti della collettività».

Ebbene, approdata in Cassazione, la vicenda si è chiusa con un’altra sentenza sfavorevole al legale.

Sul computo dei termini di prescrizione - In particolare, gli Ermellini hanno rilevato la corretta applicazione della normativa sulla prescrizione, del quale il ricorrente aveva invece lamentato la violazione, stante la mancata applicazione del principio di retroattività della lex mitior, ovvero dell'articolo 56 della legge n. 247 del 2012.

Al riguardo, il Collegio del “Palazzaccio” ha osservato che, in tema di illecito disciplinare degli avvocati, il regime più favorevole di prescrizione, introdotto dall'articolo 56 della legge n. 247 del 2012, non trova applicazione con riguardo agli illeciti commessi prima della sua entrata in vigore, restando limitata l'operatività del principio di retroattività della "lex mitior" alla fattispecie incriminatrice e alla pena, mentre, per altro verso, il momento di riferimento per l'individuazione del regime della prescrizione applicabile, nel caso di illecito punibile solo in sede disciplinare, rimane quello della commissione del fatto e non quello della incolpazione (tra le altre, Cass. n. 1930/2021; n. 34778/2021; n. 20383/2021).

Sulla decorrenza iniziale della prescrizione incide poi la natura, immediata o permanente, degli illeciti contestati.

A questo proposito il Collegio di legittimità ha osservato che, sebbene talune fattispecie contestate in sede disciplinare al ricorrente integrino altrettante fattispecie di rilievo penale (in particolare, in riferimento al reato di appropriazione indebita), per individuare la natura istantanea o permanente dell'illecito contestato occorre considerare l'illecito disciplinare nella sua specificità, in cui le condotte del professionista si inseriscono nell'ambito del rapporto di fiducia instaurato col cliente. Non si possono pertanto evocare sic et simpliciter le ben note categorie penalistiche “parallele” (appropriazione indebita o truffa) che per consolidata giurisprudenza di legittimità integrano reati istantanei e non permanenti, mentre va affermata la natura permanente di quelle disciplinari in oggetto.

E infatti – ha osservato ancora la Corte - l'illecito disciplinare sanziona l'alterazione del rapporto fiduciario che deriva da una condotta contraria alla legge e alle regole deontologiche, alterazione che si protrae per tutta la durata del rapporto e anche oltre, nel senso che, anche nel caso di revoca del mandato, esistono obblighi che l'avvocato deve rispettare a tutela del cliente che permangono anche nel periodo successivo (quali l'obbligo di conservare e di mettere a disposizione i documenti, e in questo caso l'obbligo di restituzione).

Nel caso in esame, pertanto, la condotta ascritta disciplinarmente al ricorrente si inserisce nel contesto di un rapporto contrattuale di durata, la cui disciplina, oltre a ubbidire più in generale ai principi della correttezza e della diligenza professionale, trova principalmente regolazione nelle norme della deontologia forense, che non hanno, per la particolare natura del rapporto a cui ineriscono, rilevanza puramente momentanea, ma ne permeano ogni singolo momento e uniformano in modo costante e duraturo nel tempo il contenuto precettivo degli obblighi di condotta a cui il professionista è tenuto.

Ne deriva che la condotta per cui è causa – scrivono i Massimi giudici -, «non si esaurisce nella semplice percezione della somma, ma ricomprende il comportamento, protrattosi nel tempo, consistente nell'avere l'avvocato mantenuto nella propria disponibilità un importo che, invece, avrebbe dovuto essere immediatamente consegnato al cliente (art. 30 del codice deontologico) o impiegato in conformità alle disposizioni impartite dal medesimo. E' altresì del tutto pacifico che tali somme non sono mai state restituite dal B. alle parti assistite, quando queste ne hanno fatto richiesta».

A giudizio della Suprema Corte, in definitiva, «la sentenza impugnata applica quindi correttamente la disciplina più favorevole introdotta dall'articolo 56 alle sole condotte individuate come permanenti, consistenti nella mancata restituzione di somme ricevute dai clienti con inadempimento degli obblighi restitutori, la cui permanenza è cessata dopo il 2 febbraio 2013. Altrettanto correttamente è stata applicata la disciplina previgente per le condotte individuate come integranti violazioni con carattere istantaneo, poste in essere in data antecedente all'entrata in vigore della nuova legge professionale e a quelle permanenti per le quali la condotta illecita non è mai cessata prima dell'inizio della azione disciplinare».

Sull’adozione della massima sanzione - Accantonati i motivi d’impugnazione riguardanti il computo del termine di prescrizione, il Collegio di legittimità ha disatteso il ricorso del legale anche sotto l’ulteriore profilo del vizio di motivazione, con riferimento agli artt. 37 della L. n. 247/12 e 64 del R.D. n. 37 del 1934.

La Suprema Corte - premesso che le decisioni del C.N.F. sono impugnabili dinanzi alle Sezioni Unite soltanto per incompetenza, eccesso di potere, violazione di legge nonché ai sensi dell'articolo 111 Cost. per vizio di motivazione, mentre l'accertamento del fatto e anche l'apprezzamento della sua gravità ai fini della valutazione della sanzione non possono essere oggetto di controllo di legittimità, se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza - ha rilevato che nella vicenda in esame «la motivazione adottata dalla sentenza impugnata a giustificazione della affermazione di responsabilità cui ha fatto seguito l'irrogazione della sanzione massima della radiazione è esente da contraddittorietà interna e non risulta meramente apparente».

Condanna alle spese - In conclusione, il ricorso è stato respinto e le spese del giudizio sostenute dal C.O.A. sono state poste a carico del ricorrente.
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