24 ottobre 2022

Senza prova dei “mezzi fraudolenti” cade la condanna

Cassazione penale, sentenza depositata il 21 ottobre 2022

Autore: Paola Mauro
Il contribuente non risponde del reato di dichiarazione fraudolenta ex art. 3 del D.lgs. n. 74/00, se non emerge la prova dell’attività ingannatoria prodromica.

È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 39834/2022 della Corte di Cassazione (Sez. III pen.), depositata il 21 ottobre 2022.

Il caso - Un’imprenditrice veneta è stata assolta rispetto alle condotte di dichiarazione infedele – con la formula “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato” -, mentre ha subito la condanna alla pena di due anni di reclusione per il reato di cui all’art. 3 del D.lgs. n. 74/2000, in relazione a una fattura di 311.000 euro indicata nella dichiarazione per l’anno 2014, quale elemento passivo fittizio.

Ebbene, la Suprema Corte ha censurato l’operato del Giudice di merito in ordine alla valutazione della prova dell’avvalimento, da parte dell’imputata, di mezzi fraudolenti idonei a ostacolare l'accertamento e a indurre in errore l'Amministrazione finanziaria.

Al riguardo, il Difensore ha posto l’accento sulla testimonianza del finanziere in ordine a chi aveva comunicato alla banca dati, c.d. “spesometro”, la fattura in discussione, individuato della società venditrice e non già nell’imputata, con ciò dovendosi escludere la penale responsabilità di quest’ultima.

Inoltre il Difensore ha sostenuto l’impossibilità di stabilire la reale finalità della comunicazione, in assenza della prova di un accordo simulato tra le due società.

Nel condividere questi rilievi, gli Ermellini hanno osservato che, effettivamente, il teste, rispondendo alle domande del giudice, ha affermato che l’inserimento nello “spesometro” fu effettuato dalla società emittente.

Tuttavia, la Corte d’appello, motivando la condanna, ha attribuito il fatto all’imputata, ritenendolo costituivo di quel “quid pluris” richiesto dall’art. 3 del D.lgs. n. 74 del 2000.

Tale errore del Collegio di merito – hanno spiegato i Massimi giudici -, non soltanto ha integrato il vizio di motivazione per travisamento della prova, ma ha assunto rilevanza – si ripota testualmente «anche ai fini dell’applicabilità del reato contestato in quanto la giurisprudenza ha affermato (cfr. Sez. 3, n. 15500 del 15/02/2019 []..) che il reato di cui all’articolo 3 del d.lgs. n. 74 del 2000, caratterizzato da struttura bifasica, presuppone la compilazione e presentazione di una dichiarazione mendace nonché la realizzazione di un’attività ingannatoria prodromica, purché di quest’ultima, ove posta in essere da altri, il soggetto agente abbia consapevolezza al momento della presentazione della dichiarazione».

Pertanto, in sede di rinvio, la Corte d’Appello di Venezia dovrà valutare - dopo aver correttamente ricostruito il fatto - se sia stata concretamente realizzata l’attività ingannatoria richiesta per la sussistenza dell’art. 3 del D.lgs. n. 74/00.
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