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Solo un anno fa, di questi tempi, terminate le grandi manovre del trasloco degli scatoloni pieni di decorazioni natalizie dalla soffitta e addobbata la sala in stile rifugio degli elfi, iniziava il conto alla rovescia per la partenza, alla volta di un paese lontano e magnifico dove avrei trascorso il Capodanno. Natale aveva avuto, per la prima volta, il senso di un traguardo intermedio, propedeutico a quello finale del viaggio. Una sensazione insolita per me – quasi un tradimento – giacché ho sempre amato il Natale e la sua attesa, fatta di sacrosanti e invariati rituali mai trascurati.
Se avessi saputo, allora, che il Natale successivo sarebbe stato forzatamente diverso, necessariamente inconsueto, forse non avrei volontariamente sorvolato su quelle iterazioni e, soprattutto, sul loro senso.
È il Natale delle mancanze, questo.
In dieci mesi appena, le nostre vite sono cambiate; tutto è cambiato.
Ci affanniamo ora a ritrovare e a riproporre frammenti di abitudini che non possiamo ripetere, costretti ad una nuova normalità che di normale non ha proprio nulla.
È un Natale ‘apparente’, in cui le luci lungo le vie dello shopping e sulle vetrine dei negozi sembrano essere più sfarzose che mai, come fossero una provocazione – o forse una piccola rivincita – contro un mostro che ha spento le luci nella nostra anima.
È un Natale di distanze, da quelle minime – di un metro almeno - tra persone vicine, a quelle che sembrano incolmabili tra affetti risiedenti in regioni diverse, separate da chilometri che appaiono molto più lunghi della loro misura matematica.
È un tempo di festa senza allegria, senza abbracci, senza baci sotto il vischio, senza occhi che sorridono negli occhi altrui perché vicini. Gli schermi dei pc e degli smartphone sono diventati le finestre attraverso cui si vedono scorrere quelle altre vite di cui prima s’era compartecipi; ai contatti reali si è sostituito l’artificio d’un touch su una superficie elettronica, al sorriso dei volti quello mutilato di metà viso, col resto celato dietro un bavaglio necessario, che salva il respiro ma uccide le parole.
E ci siamo talmente rassegnati – più che adattati - a questo stato di cose, da restare quasi bloccati dall’imbarazzo e dall’indecisione di fronte a slanci che ci verrebbero spontanei, persino laddove le condizioni di sicurezza offerte da una quotidiana convivenza potrebbero esentare da eccessive cautele.
È il Natale senza i tanti nonni che non ce l’hanno fatta, delle sedie vuote intorno a tavole che non saranno imbandite a festa, delle tradizioni che resteranno imballate negli scatoli rimasti in soffitta, dei numeri della tombola che non saranno chiamati, dei fuochi d’artificio che non brilleranno, dei doni utili o inutili che non saranno scambiati.
È un Natale austero senza eccezioni, che consentirà solo ai bimbi la rassicurazione che Babbo Natale per loro passerà lo stesso a consegnare i doni, perché un’importante Organizzazione l’ha dichiarato immune al virus e libero di circolare dentro e fuori lo spazio aereo; ma bisognerà raccomandare che è “molto importante che tutti i bambini del mondo capiscano che il distanziamento fisico di Babbo Natale e anche dei bambini stessi deve essere rigorosamente applicato”.
Ai grandi, invece, la formula “andrà tutto bene” sembrerà ancor più falsa: una beffa, anzi, una speranza disattesa che procrastina senza termine certo la scadenza dell’incubo corrente.
Eppure c’è quel mezzo pieno che, nel vuoto di questo tempo, assume un valore straordinario, divenendo l’ingrediente che addolcisce il sacrificio.
È questo un Natale responsabile, più che mai altruista, che motiva la rinunzia con la promessa di un beneficio mediato, perché quegli abbracci non dati, quei baci mancati non sono perduti ma sono il costo d’un attracco in una rada riparata che dà rifugio a vite fragili da salvare, a esistenze che, nel loro essere sole e naufraghe, restano tuttavia al sicuro e galleggiano sull’attesa di un ritrovarsi che sarà più pieno e intenso di prima.
È un’occasione per pensare, per ripiegare sulla propria interiorità liberandola da finti involucri di protezione, per riflettere sul tempo sprecato e su quello ancora recuperabile, per riscoprire le priorità ed il realmente necessario, per ritrovare la misura delle cose.
È quell’imprevisto che si trasforma in opportunità, il focolare attorno al quale raccogliere la famiglia: quella stretta, fatta di quotidianità e perciò troppo spesso scontata, che può ora recuperare il suo senso ed il suo ruolo in una dimensione senza fretta, senza affanni e senza la necessità di una condivisione allargata che ne inquini l’ambito ed i confini.
È una parentesi senza velocità né orologi, il placido abbandono ad una pigrizia che non è ozio, ma indugio nello spazio e nel tempo delle cose, per adagiarsi nel loro significato più profondo.
È il tempo della semplicità, dell’essenzialità, della riscoperta; è il dono prezioso d’una nuova vista, che vede – non soltanto guarda – il luccichio nascosto di antichi valori.
Natale significa tempo di rinascita e questo, in particolare, è il tempo della nostra rinascita.
Allora, davvero, Buon Natale a tutti.