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Il no al Dpr - Ancora polemiche sul fronte delle professioni in merito al Dpr Severino che, con una inconsueta celerità, è stato approvato dal Consiglio dei ministri senza tener conto delle esigenze dei diretti interessati circa le disposizioni che il testo prevede. Intanto pare che circolino delle bozze che non hanno fatto altro che incrementare il già forte malcontento espresso nei giorni scorsi. Questo riordino delle professioni, giunto in tempi da record e privo di molte delle questioni che da quasi un anno hanno alimentato le aspettative delle categorie professionali italiane, non pare abbia toccato le corde giuste, soprattutto per quel che concerne temi fondamentali quali l’accesso dei giovani professionisti, la formazione e il sistema sanzionatorio. Anche da queste pagine avevamo dato spazio al crescente disagio che era andato delineandosi tra le file professionali, malumore che è via via cresciuto e che ogni giorno si arricchisce di nuove argomentazioni.
Il Cndcec in prima linea – Particolarmente accesa è la polemica sul fronte dei commercialisti e degli esperti contabili, dove non pochi sono i punti di disaccordo individuati dal presidente della categoria. “Si tratta di un testo molto deludente - ha sentenziato il presidente del Consiglio nazionale – che tradisce lo spirito della riforma dello scorso anno. E’ criticabile nel metodo prima ancora che nel merito. L’aver scelto, come ha fatto il Governo, un Dpr unico, anziché intervenire sui singoli ordinamenti professionali interessati, potrebbe confusione normativa e contenziosi”.
Accesso ai giovani - Ciò detto, anche per quel che concerne le criticità relative all’ingresso dei giovani aspiranti professionisti la posizione di Claudio Siciliotti è chiara. Il parere è che siffatto schema regolamentare voglia espressamente ostacolare i giovani, in quanto ad esempio non risulta concretamente realizzabile l’idea della concomitanza tra pratica e studi universitari per i primi sei mesi di tirocinio. Il fatto è che c’è un tempo per ogni cosa, pertanto quel lasso di tempo dev’essere inevitabilmente dedicato al completamento della formazione accademica che non può essere deviato neanche con la giustificazione della pratica, anche perché qualora il carico di studi dovesse divenire particolarmente pesante il giovane potrebbe essere indotto ad allentare le presenze in studio. A ciò ne consegue che la pratica finirebbe con il dilatarsi per un ulteriore anno e, se si considera che non v’è traccia più dell’equo compenso, insorgerebbe anche la necessità in carico al giovane di doversi trovare un lavoro per sostenere le proprie spese di mantenimento. Addio pratica, quindi. Ora, è evidente che invece di dare impulso all’ingresso di giovani professionisti, il Dpr non fa altro che limitare la possibilità che ciò accada, anche perché in aggiunta a quanto illustrato finora, il provvedimento prevede l’introduzione di un limite di cinque anni dalla fine della pratica al superamento dell’esame di Stato, dunque qualora nell’arco di questo quinquennio il candidato non riuscisse a superare l’esame, dovrà ripetere fin dalle origini la pratica. Una scelta incomprensibile, visto che non è stata accompagnata da un’oculata revisione delle modalità e dei criteri obsoleti dell’esame di Stato. Inoltre, ha ricevuto un sonoro no da parte di Claudio Siciliotti anche la clausola che prevede almeno cinque anni di anzianità per il dominus dal quale il giovane andrà a svolgere il tirocinio. “Oltre a ridurre notevolmente la possibilità per i praticanti di trovare uno studio – ha sottolineato il leader del Cndcec – questa norma è discriminatoria per i più giovani”.
Le sanzioni – In merito ai provvedimenti sanzionatori, il Dpr stabilisce che l’organismo al quale l’Ordine affiderà il giudizio dovrà essere composto dai candidati che sono risultati sconfitti dalle elezioni per il rinnovo del Consiglio nazionale. Anche in questo caso tra le professioni si è generato il pandemonio e il motivo lo spiega ancora il presidente Siciliotti. Secondo la guida dei commercialisti italiani, si tratta di “una scelta tanto cervellotica quanto inaccettabile. Non si capisce perché chi si è candidato per un ruolo politico debba poi ricoprire, per consolazione, un incarico in un organismo disciplinare. Rimane incomprensibile perché sia stata abbandonata la scelta di tenere separato il ruolo politico da quello disciplinare. E’ una scelta che finirà per spaccare all’interno gli ordini”.
Il Cup - Sulla questione degli organismi disciplinari si è espresso anche il Cup per mezzo del presidente, Marina Calderone. “Il Dpr sembra essere andato oltre la norma originaria di agosto 2011 – ha dichiarato – L’organismo nazionale (quello disciplinare, n.d.r.) dai primi dei non eletti al vertice del consiglio nazionale. Quindi, coloro che erano portatori di un progetto politico-istituzionale non accolto dalla categoria, troveranno una collocazione in una funzione di estrema delicatezza per gli equilibri stessi della professione”. E sull’obbligo formativo la Calderone dimostra un’altrettanta durezza nei giudizi. “Siamo molto perplessi anche per la formazione concessa a non meglio definite ‘associazioni professionali’ che potrebbero penalizzare i giovani praticanti. Il rischio è infatti di ampliare la cerchia dei soggetti che gestiranno i corsi, facendolo magari anche secondo logiche di mercato”.