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La sostenibilità non è più solo una questione di “compliance”. Nel nuovo scenario europeo tra evoluzione normativa, digitalizzazione e aspettative crescenti di banche, investitori e stakeholder – il vero discrimine diventa la qualità della Governance: il “fattore G” che rende credibili (o fragili) strategie, controlli e rendicontazioni ESG.
È in questo contesto che si inserisce il Quaderno “Social Taxonomy e fattore ‘G’. Governance democratica e partecipativa”, pubblicato da Consiglio e Fondazione nazionali dei commercialisti e realizzato dalla Commissione Governance e finanza presieduta da Paolo Vernero, nell’area Sviluppo sostenibile coordinata dal consigliere nazionale Gian Luca Galletti: un primo approfondimento “monografico” che affianca il documento “master” sulla sostenibilità, governance e finanza d’impresa (edizioni 2024 e 2025).
Il Quaderno parte da un punto essenziale: E e S possono anche essere “misurabili” o “sentiti”, ma senza una governance solida restano promesse. La governance è l’architettura che integra i fattori ESG nei processi decisionali, definisce ruoli e responsabilità, allinea incentivi e sistemi di controllo, e riduce i rischi (incluso quello reputazionale e di greenwashing).
Da qui il filo logico del Quaderno, ripreso anche dal comunicato stampa: analizzare il rapporto bidirezionale tra tassonomia sociale e governance. Da un lato, la tassonomia sociale può diventare un supporto per migliorare processi e assetti di governo; dall’altro, una governance più matura (e realmente partecipativa) può offrire segnali utili per calibrare meglio la tassonomia e renderla uno strumento “vivo”, aderente alle dinamiche reali dell’impresa.
La Social Taxonomy è presentata come un sistema di classificazione pensato per canalizzare investimenti verso attività con impatto sociale, affiancando la tassonomia ambientale: se quella “E” poggia soprattutto su basi scientifiche, quella “S” si fonda su norme e principi internazionali (diritti umani, SDG, riferimenti ONU/OCSE) e su criteri spesso più qualitativi.
Riprendendo l’impostazione della Platform on Sustainable Finance, il Quaderno richiama i tre macro-obiettivi che guardano ai gruppi di stakeholder maggiormente impattati: lavoro dignitoso, standard di vita adeguati e benessere degli utenti finali, comunità e società inclusive e sostenibili. In questa cornice rientrano anche aspetti di governance “rilevanti per la sostenibilità” (obiettivi, competenze del board, valutazione dei temi ESG, remunerazione legata agli obiettivi, anticorruzione e lobbying responsabile), con un raccordo diretto alla rendicontazione, ad esempio tramite ESRS G1.
Il Quaderno evidenzia un problema concreto: spesso esiste un divario tra obiettivi ESG dichiarati e risultati reali, perché l’impresa deve mediare pressioni diverse (capitale, mercato, prezzi, trasparenza). Per colmare questo scarto servono strumenti integrati, e la governance partecipativa è indicata come un “motore” capace di rendere la tassonomia sociale più sostanziale e meno formale.
In pratica, una governance democratica e inclusiva significa meccanismi decisionali trasparenti e coinvolgimento effettivo degli stakeholder (interni ed esterni) nel definire priorità, monitorare impatti e migliorare le performance sociali. Sul piano della comunicazione - cruciale anche per la credibilità della rendicontazione - il Quaderno richiama strumenti come: narrativa integrata, canali digitali bidirezionali, report ESG integrati, uso congiunto di indicatori quantitativi e qualitativi, e trasparenza sui trade-off. La tassonomia sociale, a sua volta, rafforza governance e reporting offrendo un linguaggio comune e criteri più “oggettivabili” per spiegare scelte e risultati.