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Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC), insieme alla Fondazione Nazionale dei Commercialisti, ha redatto il documento Le imprese culturali e creative, con l’obiettivo di offrire una lettura sistematica del settore e del suo recente inquadramento normativo. Il lavoro, pubblicato il 30 marzo 2026, si propone come uno strumento di orientamento per i professionisti chiamati a misurarsi con un comparto in forte evoluzione, sempre più rilevante sia sul piano economico sia sul piano consulenziale.
Le imprese culturali e creative non rappresentano più una nicchia del sistema produttivo, ma un comparto strutturale dell’economia italiana, capace di generare valore, occupazione qualificata e sviluppo territoriale. Il settore si distingue per la capacità di integrare identità, innovazione e competitività, coinvolgendo ambiti quali architettura, design, audiovisivo, editoria, musica, spettacolo dal vivo, patrimonio culturale, artigianato artistico, videogiochi e software. Il documento evidenzia come la cultura debba essere considerata un vero asset strategico del Paese, anche per il suo effetto moltiplicatore su turismo, trasporti, manifattura e servizi avanzati.
L’analisi riportata nel documento mostra con evidenza la consistenza del settore culturale e creativo in Italia. Le imprese attive sono oltre 300 mila e rappresentano una quota significativa del sistema imprenditoriale nazionale. A queste si affiancano centinaia di migliaia di addetti e una crescente capacità di produrre valore aggiunto. Il documento richiama inoltre come la cultura attivi filiere estese e generi ricadute economiche indirette di grande rilievo, confermando la centralità del comparto nei processi di sviluppo e innovazione.
Uno dei profili di maggiore interesse per i professionisti riguarda la disciplina introdotta dall’art. 25 della legge 27 dicembre 2023, n. 206, che ha riconosciuto nell’ordinamento la figura dell’impresa culturale e creativa. Il documento del CNDCEC e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti sottolinea l’importanza di questo passaggio, che attribuisce finalmente una cornice giuridica unitaria a soggetti che, fino ad oggi, hanno operato in un contesto frammentato. La qualifica può essere riconosciuta a una pluralità di soggetti, indipendentemente dalla forma giuridica, purché svolgano in via esclusiva o prevalente attività di ideazione, creazione, produzione, sviluppo, promozione, conservazione, valorizzazione o gestione di beni, attività e prodotti culturali.
Il documento dedica particolare attenzione all’istituzione della sezione speciale del Registro delle imprese riservata alle ICC. L’iscrizione avviene su istanza di parte, con modalità telematica, e comporta il riconoscimento ufficiale della qualifica, oltre alla possibilità di utilizzare la dicitura “impresa culturale e creativa” o l’acronimo “ICC” nella denominazione e nelle comunicazioni ufficiali. Si tratta di un passaggio di rilievo non solo simbolico, ma anche operativo, perché consente una più chiara identificazione dei soggetti del comparto e apre l’accesso a specifiche misure di sostegno.
Per commercialisti e consulenti si apre un ambito di attività ad alto potenziale. L’assistenza alle imprese culturali e creative non si limita alla verifica dei requisiti per l’accesso alla qualifica, ma investe anche la corretta impostazione dell’assetto organizzativo, la coerenza dell’oggetto sociale, la classificazione dell’attività prevalente, la gestione degli adempimenti camerali e la valutazione delle opportunità connesse alla nuova disciplina. A questo si aggiungono profili di pianificazione economico-finanziaria, sostenibilità, governance e costruzione di reti, in un settore in cui la dimensione culturale deve dialogare in modo sempre più stretto con quella manageriale.
Il documento non trascura i nodi applicativi ancora irrisolti. Tra i principali profili critici vengono evidenziati l’assenza di un meccanismo periodico strutturato per la verifica del mantenimento dei requisiti, le difficoltà di coordinamento con la disciplina del Terzo settore e dell’impresa sociale, nonché i limiti di una classificazione ancora ancorata ai codici Ateco, spesso non pienamente rappresentativi della realtà economica e organizzativa delle attività culturali e creative. Sono aspetti che richiederanno chiarimenti interpretativi e un progressivo affinamento degli strumenti operativi.
Il quadro che emerge dal documento redatto dal CNDCEC e dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti è chiaro: le imprese culturali e creative costituiscono oggi un terreno di lavoro sempre più importante per i professionisti. Non si tratta soltanto di accompagnare un nuovo adempimento o di leggere una nuova etichetta normativa, ma di comprendere un ecosistema produttivo complesso, trasversale e ad alto potenziale. In questa prospettiva, il riconoscimento delle ICC segna non solo un avanzamento legislativo, ma anche l’apertura di uno spazio professionale nel quale consulenza, cultura e sviluppo economico sono destinati a intrecciarsi sempre più strettamente.