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Alla presenza di insigni Accademici e di diversi rappresentanti delle Istituzioni, delle Forze armate e del Mondo ecclesiastico, si è tenuto ieri, nella gremita sala conferenze della Biblioteca Nazionale di Roma, la conferenza di presentazione del 29° Rapporto Italia, curato da Eurispes.
Il Rapporto si struttura su sei dicotomie (Passato-Futuro; Sicurezza-Insicurezza; Giustizia- Ingiustizia; Cittadinanza-Sudditanza; Immigrazione-Emigrazione; Soggettività-Collettività), impiegate per evidenziare “a contrasto” le vicende positive o negative riscontrate nei diversi ambiti considerati; esse sono accompagnate da saggi illustrativi e da schede fenomenologiche.
I principali risultati emersi portano a riconoscere una ripresa debole ma stabile; la permanenza di sacche di disagio e difficoltà economiche registrate su quasi la metà delle famiglie italiane; un incremento della percezione delle situazioni di povertà; una “razionalizzazione” dei consumi a fronte della riduzione della capacità di spesa; la sfiducia nella riduzione fiscale; la crescita del senso di insicurezza legato alla paura di subire reati, cui si ricollega l’aumento del disagio sociale e della disoccupazione considerati come principali cause dei fenomeni criminali; una maggiore fiducia nella qualità dei servizi privati rispetto a quelli pubblici, tra i quali ultimi la sanità si assesta in cima all’elenco delle situazioni di massima disfunzione.
A fare gli onori di casa, introducendo la presentazione, è stato Marco Ricceri, Segretario Generale Eurispes, che ha voluto rimarcare le nuove prospettive della ricerca svolta dall’Istituto, in considerazione del necessario affaccio dell’economia e della politica nazionale su quelle estere e sul conseguente bisogno di studiare e definire proposte eticamente e socialmente corrette e sostenibili in una cornice dimensionale più ampia. Partendo da qui ha specificato tre ambiti principali ove occorre impiegare energie: il recupero dei rapporti tra economia e finanza; la gestione dei Big Data nell’ambito dell’attuale rivoluzione informatica; la problematica della precarietà sociale, fenomeno divenuto ormai di ampia portata a seguito delle attuali politiche nazionali ed europee.
Successivamente, Paolo De Nardis, Presidente del Comitato Scientifico Eurispes e Ordinario di Sociologia presso La Sapienza, è intervenuto sull’importanza che Eurispes – avendo consentito l’inserimento dei ricercatori universitari negli ambiti di attività di ricerca pubblica - ha rivestito come tramite tra questi ultimi e le Università. Ciò ha finito, altresì, per risultare un forte stimolo esterno alla vivificazione dell’impegno dei detti ricercatori, pure concorrendo a recuperare il riconoscimento dell’importanza di un’etica della responsabilità per contrasto all’ormai dilagante etica della convenzione, ed a restituire fiducia nel futuro dell’attività delle prossime generazioni di docenti accademici.
Alberto Mattiacci, Direttore del Comitato Scientifico Eurispes, si è soffermato sulla considerazione del tracciato da seguire per tentare di elaborare una strategia efficace di ripresa. Partendo dall’osservazione che la nostra struttura sociale-politica-economica è passata da un’organizzazione “verticale”, basata sull’autorità (della quale si è investiti), ad una “orizzontale” basata sull’autorevolezza (che, invece, va conquistata), ha rilevato come sia proprio su tale ultimo concetto – che, non a caso, è stato eletto a parola chiave della ricerca del Rapporto – che bisogna insistere per sperare in linee d’azione governative che risultino efficienti.
Tema, quello dell’autorevolezza, ripreso in finale del proprio intervento, anche da Gian Maria Fara, Presidente di Eurispes, che – dopo aver tributato un doveroso ossequio alle vittime delle recenti tragedie d’Abruzzo, richiedendo un minuto di silenzio – ha dato lettura delle Considerazioni Generali da lui stesse redatte e poste come premessa del volume del Rapporto 2017 con l’emblematico titolo “Il coraggio di cambiare idea”.
Partendo dalle numerose metafore di cui, nel corso degli anni, ci si è avvalsi per descrivere la situazione del nostro Paese (da Gulliver, il gigante imbrigliato da mille fili, a simboleggiare i lacci della burocrazia che paralizzano l’Italia, a Mastro Don Gesualdo, impegnato ad accumulare invece che ad investire, simbolo di una mentalità che rifiuta la modernità ed il cambiamento; fino a Bazarov, il personaggio di “Padri e figli”, emblema del declino e della decadenza, che evoca la convinzione ricorrente che nulla delle nostre Istituzioni meriti di essere conservato benché, per contro, nessun chiaro e concreto progetto alternativo venga offerto), Fara ha poi compiuto un interessante excursus sui “guasti” della nostra struttura politica, soffermandosi sui recenti avvenimenti legati al referendum costituzionale, passando anche per una disamina dei percorsi che, nel tempo, hanno portato a snaturare il concetto di democrazia (qui soffermandosi anche sui passaggi del sistema elettorale da proporzionale a maggioritario), fino ad arrivare alla denuncia della destrutturazione di un Paese che, a quasi 160 dalla sua Unità, non risulta ancora in grado di costruire un progetto comune sociale, politico ed economico che leghi le sue diverse realtà e dove le potenzialità stentano a trasformarsi in energia proprio per via delle eccessive divisioni e dei contrasti.
Nella sua relazione, Fara ha pure elencato i settori che in Italia – in base alla ricerca – accusano i maggiori ritardi: l’istruzione; la ricerca e l’innovazione; la situazione finanziaria delle imprese; la concorrenza e l’ambiente economico; la struttura del sistema fiscale. Ed a riguardo ha rimarcato come la strategia che potrebbe risultare utile ad una revisione complessiva possa sostanziarsi in un ribaltamento del rapporto tra Stato e mercato: “Più Stato e meno mercato”, con ciò intendendosi la necessità di rilanciare una “programmazione pubblica per risultati”, dunque più rispondente ad esigenze immediate e, soprattutto, condivise. E sull’efficienza dell’azione politica della Stato si è quindi ricollegato al concetto di autorevolezza, rilevando come suoi presupposti non siano né l’immagine né l’ostentazione del potere, ma semplicemente “il buon esempio” mutuato dal senso del dovere, che va posto alla base della condotta di chi si pone alla guida di uno Stato. Ed ha quindi concluso ricordando come sia stato proprio il “senso del dovere” a consentire ai nostri padri di ricostruire un Paese distrutto dopo le guerre, e come ancora oggi ad esso serva riconoscere “un ruolo strategico nell’educazione dei cittadini, nel ridisegnare il sistema delle responsabilità e nel futuro della società italiana”.