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Il passaggio - Mercoledì si è tenuta, a Roma, la cerimonia di consegna del Registro dei revisori e dei tirocinanti, trasferito dalla società gestita dal Cndcec al Mef. In merito si è espressa proprio ieri l’Associazione italiana dottori commercialisti, focalizzando la propria attenzione sul tema dei praticanti e, più nello specifico, sulla mancata definizione della loro sorte.
Il focus dell’Aidc – “Come rassicurare i giovani che si avvicinano alla professione in questo periodo di incertezza normativa che riguarda in particolare lo svolgimento del tirocinio? Come possiamo sperare di dare risposte certe quando chi ha emanato interventi normativi procrastina la promulgazione delle interpretazioni corrette, soprattutto con riferimento ai periodi transitori ed al coordinamento tra norme?” Tali sono i quesiti che la sigla di categoria si è posta, soprattutto al luce del fatto che nessun chiarimento ancora è stato diffuso. In sostanza, l’Aidc lamenta un’assenza di coordinamento tra il periodo previsto per la pratica utile all’accesso al registro, un lasso di tempo pari a 36 mesi, e quello invece stabilito per l’accesso all’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, che la riforma degli ordinamenti professionali dello scorso agosto ha posto a dodici mesi. Il parere è che una siffatta mancanza di coordinamento possa creare (se non lo ha già fatto) dubbi abbastanza corposi a quei soggetti che devono sostenere le prove necessarie per l’accesso alla professione.
Le richieste dell’associazione – “Dalla nascita dell’Albo unico la normativa relativa al tirocinio professionale è stata in balia di interpretazioni ministeriali contraddittorie tra loro. Tra le tante, in questi ultimi mesi, abbiamo assistito ad un imbarazzante ‘botta e risposta’ tra pareri dei diversi ministeri competenti in merito all’applicazione retroattiva del periodo di tirocinio ridotto ai 18 mesi”, spiega ancora l’Aidc, che contestualmente si chiede quanto ancora dovrà essere lungo il tempo d’attesa prima d’ottenere quei chiarimenti ai quali la categoria ha diritto. Sono queste le ragioni che hanno spinto la sigla sindacale, in definitiva, a chiedere con fermezza che gli organi preposti diano esaustiva risposta al quesito espresso per mezzo del parere del 3 aprile 2012, emesso dal CUN (Consiglio Universitario Nazionale). “Ci auguriamo – conclude l’associazione - che la tanto ostentata volontà di agevolare l’accesso ai giovani alle libere professioni non si trasformi in questo caso in una inutile duplicazione di percorsi formativi e di prove di accesso”.