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L’evento - Gli indignati fiscali hanno fatto sentire la propria voce. Il primo appuntamento di quello che si annuncia come un percorso ricco di proposte e iniziative si è tenuto nel pomeriggio di venerdì scorso presso l’Aula magna dell’Angelicum, a Roma. Lo avevamo da tempo annunciato e, alla fine, tutti i commercialisti e i dottori contabili stanchi sia dalla categoria che non li tutela, sia dallo Stato che li calpesta, hanno deciso di prender parte all’appuntamento al fine di proporre, ascoltare e prendere atto di un cambiamento ormai in corso. Dal tavolo dei relatori si sono fatti sentire i maggiori leader sindacali, in un coro unanime che chiede una più evidente unità e rispetto per gli iscritti. Ma anche i partecipanti dalla platea non hanno mancato di intervenire per arricchire il purtroppo già colmo cesto del malcontento. Gli indignati fiscali non si sono lasciati sfuggire l’occasione di dire la propria opinione e gridare la propria sfiducia. Noi abbiamo raccolto gli umori di alcuni partecipanti che certamente racchiudono sentimenti condivisi non solo dai presenti all’evento, ma anche di tutti quei professionisti che oberati dal lavoro non hanno avuto la possibilità di lasciare il proprio studio per un solo giorno.
Chi è l’indignato fiscale? – Ci siamo chiesti e abbiamo chiesto chi fosse questa figura di cui tanto s’è parlato sulle pagine del nostro quotidiano, abbiamo provato a dare una risposta insieme a quanti hanno preso parte alla manifestazione di venerdì. “L’indignato fiscale è chi si sente tra due fuochi – sostiene Daniela Bergonzini, dell’Ordine di Bologna - non è tutelato dall’Amministrazione finanziaria, così come nessuna garanzia gli perviene da chi lo rappresenta nella categoria. Per l’opinione pubblica siamo una sorta di piccola casta e non possiamo neanche lamentarci. Invece nella realtà svolgiamo la funzione di esattori sopportando un pesante carico psicologico”. Non esistono mezzi termini, dunque, per questi professionisti che sono giunti a Roma dai diversi Ordini della Penisola per dare man forte all’indignazione generale. La loro non è una carica distruttiva, bensì un desiderio di ricostruzione. “L’indignato fiscale penso che sia quel professionista che crede ancora nella professione”, è il parere di Barbara Bonomi, dell’Ordine di Milano. Posizione avvalorata da Augusto Sartore, che sottolinea che questa figura non può che essere “il professionista che pretende il riconoscimento della propria dignità”. Un sentimento comune a quanto finora espresso è quello esternato da Giovanna Mameli, dell’Ordine di Nuoro, secondo la quale, “l'indignato fiscale in via generale è il comune cittadino italiano, quindi il contribuente, secondariamente non può che essere il commercialista”.
Gli obiettivi – “Mi aspetto che finalmente si accorgano che esistiamo, quindi che ci ascoltino”, ha esordito Barbara Bonomi commentando l’incontro di venerdì. In sostanza, si tratta di un auspicio confermato anche dagli altri colleghi dei quali abbiamo raccolto desideri, speranze e opinioni. “Innanzitutto mi congratulo con il collega Antonio Gigliotti per aver convogliato qui i diversi Ordini locali – ha tenuto a specificare Augusto Sartore - Mi aspetto da Gigliotti un'impronta forte al fine di ridare dignità alla nostra professione. Ricordo che quando ho iniziato l'attività l'ordine era una figura di riferimento, nel senso che tutti noi giovani ambivamo a raggiungere la loro stessa caratura morale. Con il tempo la nostra professione si è andata molto dividendo. Riappropriandoci della nostra dignità potremmo avere maggior forza nei confronti delle istituzioni e non renderci schiavi di uno Stato che ci considera meri impiegati”. Un desiderio di continuità degli intenti è quello auspicato da Sabrina Bussolari, dell’Ordine di Bologna. “Spero che finalmente si crei un’unità nella categoria per riuscire a far presenti tutti i nostri problemi. Non possiamo quasi più a lavorare. Siamo diventati degli scribacchini per conto dello Stato – sottolinea la Bussolari - Non siamo più riconosciuti dai clienti che in pratica ci trattano come dei meri impiegati, tra l’altro anche da pagare quando e se è il caso. La dignità della professione non esiste più. Di fatto l’Ordine non ci sta più rappresentando. Quindi mi piacerebbe che venisse fuori un orgoglio e qualcosa di concreto da fare. Credo molto in questo genere di iniziative e ringrazio il dott. Gigliotti per averci messo la faccia. Spero non si esauriscano alla giornata di oggi”. Del medesimo avviso è Giovanna Mameli che confida nel fatto che “sia l'inizio di un qualcosa che doveva essere smosso molto prima. Oggigiorno noi giovani ci confrontiamo con un sistema incancrenito da scelte non nostre. Pertanto, ritengo che sia giusto esporre e motivare un dissenso e sono altresì convinta che chi si espone debba essere sostenuto. Ho visto la professione dei miei genitori sgretolarsi giorno dopo giorno, io sono certa che 10/15 anni fa non mi avrebbero mai consigliato di intraprendere un tale cammino se avessero saputo che si sarebbe arrivati a questo punto. Provo un profondo dispiacere nel prendere atto che siamo visti come dei passa file. È necessario introdurre una dinamica che ci consenta di svolgere la professione in modo dignitoso. Non chiedo una via preferenziale”.
Uno sguardo alla rappresentanza di categoria – Ebbene, se venerdì gli indignati fiscali si sono ritrovati a Roma non è stato certo solo per lamentare una sostanziale incomunicabilità con l’Amministrazione finanziaria, ma anche per sottolineare uno sgretolamento della rappresentanza di categoria avvertita dai convenuti come pressoché assente. In definitiva, i dottori commercialisti e gli esperti contabili investiti dall’indignazione si sentono abbandonati da chi è chiamato a tutelarli. “L’abbandono è abbastanza evidente – riprende Giovanna Mameli - Davanti a determinate proposte bisognava porre un secco rifiuto, invece si è accettato tutto in maniera supina. Ci si è tranquillamente adeguati a quello che succedeva. Non si è opposta un'adeguata resistenza. In fin dei conti, è vero che i problemi che ha il singolo iscritto forse non sono gli stessi che hanno ai vertici”. E proprio sulla differenza tra le esigenze dei piccoli e medi studi e le grandi realtà si è soffermata Sabrina Bussolari. “I piccoli e medi studi sono impegnati tutto il tempo a svolgere una miriade di adempimenti completamente inutili, quindi non rimane lo spazio per seguire l’azienda e le sue attività. I grandi studi hanno più possibilità. Gli adempimenti quotidiani vengono fatti fare al praticante di turno, quindi il grande professionista si può dedicare ai lavori più importanti e ottiene maggiore tutela dall’Ordine. Ma la stragrande maggioranza dei professionisti appartengono alle piccole e medie realtà. Siamo costretti a rimanere attaccati al computer per inoltrare comunicazioni, mentre magari il cliente dovrebbe essere seguito su altri fronti”. “Io ho vissuto sulla mia pelle questo abbandono – le fa eco Daniela Bergonzini - soprattutto quando si è trattato di incassare le parcelle. C’era più interesse ad incassare piuttosto che ai problemi che avevamo avuto coi clienti. Quando abbiamo chiesto aiuto al nostro Ordine non abbiamo avuto risposta. Nessun appoggio. Quindi confido in una unione tra di noi per portare avanti una sorta di rivoluzione fiscale. Gli scioperi comportano delle sanzioni, ma insieme possiamo farli. Nessuno di noi metterebbe in pericolo il cliente, bisogna esser certi che partecipino tutti. Io spero quindi che sia un discorso di unione tra di noi, altrimenti la protesta non può funzionare. Mi devo fidare del professionista che sciopera come me”. Di avviso non distante è Augusto Sartore. “Ritengo che vi sia un reale abbandono perché i nostri rappresentanti ai massimi vertici hanno sempre fatto politiche che salvaguardavano più i grandi professionisti con problematiche profondamente diverse da quelle delle piccole e medie realtà – dichiara Sartore – La rappresentanza di categoria dovrebbe tutelare i commercialisti che si trovano ad affrontare migliaia di oneri e adempimenti quotidiani”.
Rapporto Con l’Agenzia delle Entrate – “È un rapporto molto teso – spiega Barbara Bonomi - Da entrambi i fronti manca la chiarezza. Abbiamo difficoltà nel recepire le informazioni di cui abbiamo bisogno, purtroppo però si tratta delle medesime difficoltà che vivono i funzionari che ci devono assistere. Pertanto, sotto diversi aspetti gli interessi del contribuente non si riescono a tutelare in maniera ottimale. A Milano riscontriamo il problema legato all'approccio con i metodi e le norme delle sei agenzie presenti sul territorio, perché ciascuno di questi uffici ha un proprio sistema diverso dagli altri. L'altro grande problema è che quasi tutti i nostri clienti sono in mancanza di liquidità, mentre l'Agenzia ne è alla costante ricerca. Quindi tante questioni che potrebbero risolversi con estrema celerità, non giungono a conclusione a causa di alcuni funzionari che devono necessariamente avere determinati numeri nel bilancio”. “Non è un bel rapporto – continua Augusto Sartore - Ci impongono molti adempimenti che lo Stato non può fare perché non ha mezzi, né personale e non vuole investire. Quindi si serve di noi commercialisti. Noi stiamo nel mezzo. Non siamo più consulenti dell'imprenditore, ma neanche dipendenti dello Stato. Siamo diventati una figura ibrida”. “E’ un non rapporto, nel senso che non essendo rappresentati in modo degno, l’Agenzia ci tratta per quello che dimostriamo di essere: scribacchini – è il categorico giudizio di Sabrina Bussolari e Daniela Bergonzini - Quindi vi è un atteggiamento a volte ai limiti della prepotenza, perché si avverte che ci guardano come soggetti che aiutano ad evadere i cittadini e che provano a fare i furbi avendo alle spalle un’onerosa parcellazione. Quindi c’è tutt’altro che collaborazione, piuttosto direi un atteggiamento sgradevole. Sicuramente capita l’occasione di incontrare il funzionario capace e lavorare bene, altrimenti la regola è che ognuno gioca in casa sua”. Giovanna Mameli pone l’attenzione sul concetto di responsabilità. “L'Agenzia dovrebbe rispondere dei propri eventuali errori per responsabilizzarsi. Non possiamo sentirci ogni volta con le spalle al muro, con leggi retroattive sempre a favore loro, con un sistema di giustizia tributaria che a me fa paura. Non è possibile che se un commercialista ha un problema, per rivolgersi all'Agenzia deve sottostare al medesimo iter burocratico di un comune contribuente”. Queste sono le voci, ora agli indignati non rimane che l’attesa dei fatti.