1 marzo 2022

Commercialista abusivo dietro lo “schermo” societario

Cassazione penale, sentenza depositata il 28 febbraio 2022

Autore: Paola Mauro
Incorre nel reato previsto dall’articolo 348 del codice penale il commercialista che prosegue l’attività professionale attraverso una Società, dopo la radiazione dall’Albo.

È quanto emerge dalla lettura sentenza n. 7053/2022 della Corte di Cassazione (Sez. VI pen.), depositata il 28 febbraio.

Il caso - In base all’articolo citato sopra:
  • «1) Chiunque abusivamente esercita una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000.
  • 2) La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e, nel caso in cui il soggetto che ha commesso il reato eserciti regolarmente una professione o attività, la trasmissione della sentenza medesima al competente Ordine, albo o registro ai fini dell'applicazione dell'interdizione da uno a tre anni dalla professione o attività regolarmente esercitata.
  • 3) Si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 15.000 a euro 75.000 nei confronti del professionista che ha determinato altri a commettere il reato di cui al primo comma ovvero ha diretto l'attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo».
Ebbene, nel caso in esame, una cinquantenne friulana è stata condannata alla pena della reclusione e al risarcimento dei danni alla parte civile, per avere continuato a esercitare - presso la propria abitazione - la professione di ragioniera commercialista, pur essendo stata radiata dall’Albo.

L’imputata, infatti, dopo circa due anni dalla massima sanzione, sotto il nome di un Centro Elaborazioni Dati, ha tenuto la contabilità di una Società, redatto le relative dichiarazioni fiscali e inviato i bilanci.

Tale condotta ha integrato, ad avviso della Corte d’Appello di Trieste, il reato di cui all’art. 348 cod. pen. e tale conclusione ha trovato d’accordo i Massimi giudici, i quali non hanno ritenuto significativa, ai fini di un’eventuale pronuncia di assoluzione, il fatto che la Società cliente fosse a conoscenza della radiazione.

I rilievi della S.C. - Gli “Ermellini” hanno rilevato che il reato previsto dall'art. 348 c.p. trova la sua ratio nella necessità di tutelare l’interesse generale, di pertinenza della P.A., a che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, siano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge (v. Cass. n. 1207 del 1985).

Pertanto, poiché titolare dell’interesse protetto è unicamente lo Stato, l’eventuale consenso del privato destinatario della prestazione professionale abusiva non può assumere valore scriminante.

Costituisce, poi, ius receptum il principio di diritto, affermato dalle Sezioni Unite (n. 11545/2012), secondo cui concreta l’esercizio abusivo di una professione, punibile ai sensi dell’art. 348, non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva a una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un'attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Ciò – chiosa la S.C. - è esattamente quello che ha fatto l’imputata:
  • «la quale, come puntualmente evidenziato dalla sentenza impugnata, non si era limitata a un singolo atto, ma aveva svolto per conto di (omissis) un'attività sistematica e complessa di consulenza e assistenza nella redazione di molti documenti, dando vita a una condotta abituale e continuativa.
  • Infine, deve evidenziarsi che – a differenza di quanto sostenuto dalla ricorrente - lo schermo societario non fa venire meno il carattere personale della prestazione e l’apparenza dell’esercizio di attività professionale da parte di soggetto non abilitato».
Per gli Ermellini, in definitiva, la Corte triestina ha correttamente ricondotto la vicenda nell’alveo dell’art. 348 c.p.

La condanna, pertanto, è divenuta definitiva e i Massimi giudici hanno addebitato alla ricorrente le spese processuali.
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