10 marzo 2022

Divieto di esercitare la professione. Serve il pericolo di recidiva

Cassazione penale, sentenza depositata il 9 marzo 2022

Autore: Paola Mauro
Nell’ambito di un procedimento per reati fallimentari, nei confronti del sindaco accusato di concorso esterno non può essere disposto il divieto temporaneo di esercizio della professione di commercialista quando non emerge l’attualità del pericolo di recidiva.

È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 8234/2022 della Corte di Cassazione (Sez. V pen.), depositata il 9 marzo.

Il caso - L’indagato, dottore commercialista, è coinvolto, in concorso con altri soggetti (in qualità sia di amministratore di diritto sia di Presidente del collegio sindacale di due Società differenti), in una indagine per i reati di cui agli artt. 216, 223 e 236 L. fall., e ha, quindi, subito l’applicazione della misura interdittiva del divieto di esercitare la professione (art. 290 cod. proc. pen.) per la durata di un anno.

Ebbene la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Napoli ha rigettato la domanda del professionista, volta alla revoca della sospensione temporanea dell’esercizio dell’attività di commercialista.

Esattamente, presso la Suprema Corte ha trovato ingresso il motivo d’impugnazione incentrato sul difetto di motivazione in merito alle esigenze cautelari.

Il difensore, al riguardo, ha efficacemente evidenziato che il Tribunale ha ritenuto esistente il pericolo di reiterazioni di condotte criminose della stessa specie a quelle ascritte al suo assistito senza nulla argomentare circa la concreta possibilità che vi fossero occasioni di replicarle, attesa la dimissione da tutti gli incarichi rivestiti all’interno di Società e persino da quelli conferiti in ambito giudiziario, non potendosi far coincidere l’attualità del pericolo con il mero esercizio dell’attività di commercialista.

I rilievi della S.C. - La Suprema Corte, nell’accogliere il ricorso nell’interesse del professionista, ha evidenziato:
  • «che, al di là del perdurante esercizio della professione di commercialista, dispiegatosi anche in attività del tutto lecite (come quelle di ausiliario del giudice in procedure concorsuali), dalla motivazione al vaglio non emerge alcun elemento oggettivo indicativo di una effettiva possibilità di commissione, nell’attualità, di nuovi reati della stessa specie ad opera del ricorrente, non potendosi reputare sufficiente, in funzione della valutazione richiesta, la sua specifica competenza professionale discendente dall’aver ricoperto cariche nell'ambito di organismi societari».
In definitiva, per il Collegio di legittimità, il Tribunale partenopeo non ha fatto buon governo del principio di diritto secondo il quale:
  • «il requisito dell'attualità del pericolo di recidiva, pur se non equiparabile all'imminenza di specifiche opportunità di ricaduta nel delitto, richiede, comunque, al giudice della cautela una valutazione prognostica sulla possibilità di condotte reiterative, alla stregua di un’analisi accurata della fattispecie concreta, che tenga conto delle modalità realizzative della condotta, della personalità del soggetto e del contesto socio - ambientale, la quale deve essere tanto più approfondita quanto maggiore è la distanza temporale dai fatti» (Cass. Sez. V pen. n. 11250/2019).
Nel caso di specie, il Tribunale ha del tutto omesso di argomentare circa l’effettiva probabilità che il ricorrente possa replicare, in contesti diversi, condotte omogenee a quelle contestate a lui e agli altri indagati, «non essendo stati specificamente indicati elementi concreti recenti, successivi al 2018, atti a rappresentare l’esistenza di situazioni di fatto idonee a costituire il sostrato per la prosecuzione del suo operato illecito».

Ne è derivato il rinvio della causa al Tribunale di Napoli per la rinnovazione del giudizio.
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