28 febbraio 2022

Per il diniego di rimborso il Fisco ha più tempo

La scadenza dei termini per l'esercizio del potere di accertamento non è preclusiva

Autore: Paola Mauro
In tema di rimborso d'imposte, l'Amministrazione Finanziaria può contestare il credito esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi anche qualora siano scaduti i termini per l'esercizio del suo potere di accertamento, senza che abbia adottato alcun provvedimento, atteso che tali termini decadenziali operano limitatamente al riscontro dei suoi crediti e non dei suoi debiti.

Non è corretto, pertanto, sostenere che, nel caso in cui il contribuente esponga nella denuncia dei redditi un credito fiscale, l'Amministrazione debba attivarsi a contestare i dati della denuncia entro i termini previsti dalla legge per l'esercizio del potere di accertamento e, ove ciò non faccia, il credito stesso si consolida e non può più essere disatteso.

È quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza n. 5446/2022 della Corte di Cassazione (Sez. V civ.), depositata il 18 febbraio, che accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Il caso - La Commissione Tributaria Regionale della Liguria, a conferma della decisione di prime cure, ha ritenuto illegittimo in silenzio – rifiuto formatosi sulla domanda di rimborso del credito IRPEG evidenziato dalla Società contribuente – una Fondazione bancaria - nel Modello Unico 2003, avente ad oggetto l'anno d'imposta 2002, sul presupposto che l'Ufficio non aveva provveduto ad attivarsi ex art. 43 D.P.R. n. 600/73, né aveva effettuato il controllo formale sul modello dichiarativo.

Pertanto, secondo la C.T.R., il credito in questione doveva ritenersi consolidato a partire dalla sua indicazione nella dichiarazione dei redditi, rimanendo sottoposto alla sola prescrizione ordinaria decennale; sicché l'istanza di rimborso presentata dalla contribuente doveva ritenersi tempestiva in quanto presentata in termini.

Ebbene, la decisione del Collegio regionale è stata sottoposta al vaglio di giudici di legittimità i quali hanno riscontrato la violazione, denunciata dalla ricorrente Difesa erariale, degli artt. 43 e 36-bis D.P.R. 29 settembre 1973 n.600 e dell’art. 12, comma 6, D.lgs. 17 maggio 1999 n. 153.

Ragioni della decisione - I Massimi giudici hanno rilevato che la decisione impugnata si è fondata su un orientamento che è stato superato dalla sentenza n. 5069/2016 delle Sezioni Unite civili, secondo cui: «in tema di rimborso d'imposte, l'Amministrazione finanziaria può contestare il credito esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi anche qualora siano scaduti i termini per l'esercizio del suo potere di accertamento, senza che abbia adottato alcun provvedimento, atteso che tali termini decadenziali operano limitatamente al riscontro dei suoi crediti e non dei suoi debiti, in applicazione del principio quae temporalia ad agendum, perpetua ad excepiendum».

Tale approdo ha avuto ulteriore seguito in due recenti pronunce delle stesse Sezioni Unite (n. 21765 e n. 21766 del 2021), secondo cui, in tema di rimborso dell'eccedenza detraibile dell'IVA, l'Amministrazione finanziaria può contestare il credito esposto dal contribuente nella dichiarazione, che non derivi dalla sottostima dell'imposta dovuta, anche qualora siano scaduti i termini per l'esercizio del suo potere di accertamento o per la rettifica dell'imponibile e dell'imposta dovuta, senza che abbia adottato alcun provvedimento; ciò in quanto tale contestazione, ove fondata, consente all’Amministrazione di evitare un esborso e non di far valere una propria pretesa nei confronti della contribuente.

L’errore del Collegio ligure - Alla luce dei superiori principi di diritto gli Ermellini hanno accolto il ricorso del Fisco, in quanto – chiosano - «nella fattispecie in esame, in cui la C.T.R. ha rilevato che l’Amministrazione finanziaria non aveva attivato i propri poteri di accertamento e di controllo, di cui agli artt. 43 e 36 – bis D.P.R. n.600/1973, l’Agenzia delle Entrate poteva comunque opporsi all’istanza di rimborso della contribuente, contestando la spettanza del credito di imposta, come risulta aver fatto fin dal primo grado di giudizio».

Il Collegio di legittimità aggiunge: «comunque, è opportuno sottolineare che, anche nel caso in cui l’ufficio avesse effettuato un controllo meramente formale della dichiarazione (il controllo automatizzato ex art.36 – bis d.P.R. n.600/1973), non vi sarebbe stato un riconoscimento implicito del credito»; come è stato detto (Cass. n. 7132/2019), «in tema di rimborso di imposta, lo svolgimento senza rilievi del controllo automatizzato ex art. 36 bis del d.P.R. n. 600 del 1973 non equivale a riconoscimento implicito del credito esposto in dichiarazione, potendo questo essere contestato anche dopo la scadenza dei termini per l'accertamento, sicché detto controllo non incide sul decorso del termine di prescrizione del credito».

Il rinvio - La Suprema Corte, in definitiva, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa alla Commissione Tributaria Regionale della Liguria, in diversa composizione, anche per regolare le spese del giudizio di legittimità.
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