21 febbraio 2022

Professionisti. Il compenso richiede la prova del conferimento dell’incarico

Cassazione civile, ordinanza depositata il 18 febbraio 2022

Autore: Paola Mauro
Dalla lettura dell’ordinanza n. 5363/2022 della Corte di Cassazione (Sez. II civ.), depositata il 18 febbraio, emerge che, qualora il cliente contesti il diritto del professionista a ricevere il compenso, grava su quest’ultimo la prova dell'avvenuto conferimento dell'incarico, che può avvenire in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti. Il diritto al corrispettivo della prestazione d’opera, poi, si prescrive decorsi dieci anni dal suo completamento, rimanendo irrilevante il compimento delle singole fasi in cui si articola l’obbligazione.

Il caso - La controversia riguarda una divisione ereditaria che, per quanto è qui d’interesse, ha visto coinvolto un ingegnere che ha proposto domanda riconvenzionale per il pagamento del credito professionale da lui vantato per l’opera prestata rispetto a un fabbricato ricaduto nella comunione ereditaria.

Ebbene, il Giudice d’appello non ha rilevato la prova dell’esistenza del mandato professionale e, conseguentemente, del diritto di credito azionato, del quale ha accertato comunque la prescrizione, posto che l’ingegnere, fin dal primo grado di giudizio, aveva dedotto che i crediti per i quali agiva in via riconvenzionale si erano svolti nel periodo 1992-1995.

Approdata in Cassazione, la controversia si è definitivamente chiusa con una pronuncia sfavorevole al professionista.

I rilievi della S.C. - Il Giudice di merito, in difetto di prova contraria – ossia in difetto della prova del conferimento dell’incarico professionale posto a fondamento della domanda riconvenzionale di riconoscimento del relativo compenso - non ha escluso che lo svolgimento delle pratiche edilizie in questione potesse essere frutto di una iniziativa unilaterale del ricorrente.

La Corte di merito ha, comunque, ritenuto il diritto prescritto, rimanendo irrilevante, al fine della dimostrazione del contrario, la richiesta di accatastamento avvenuta nel dicembre 2003.

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte ha aderito alle conclusioni cui è giunto il Collegio territoriale, in quanto nella giurisprudenza di legittimità è pacifico il principio di diritto secondo cui:
  • «presupposto essenziale e imprescindibile dell’esistenza di un rapporto d’opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del suo diritto al compenso, è l’avvenuto conferimento del relativo incarico, in qualsiasi forma idonea a manifestare, chiaramente ed inequivocabilmente, la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera, da parte del cliente convenuto per il pagamento di detto compenso, con la conseguenza che la prova dell’avvenuto conferimento dell’incarico, quando il diritto al compenso sia dal convenuto contestato sotto il profilo della mancata instaurazione di un simile rapporto, grava sull’attore e compete al giudice di merito valutare se, nel caso concreto, questa prova possa o meno ritenersi fornita, sottraendosi il risultato del relativo accertamento, se adeguatamente e coerentemente motivato, al sindacato di legittimità».
Nel caso di specie, peraltro, essendo stato accertato l’esaurimento delle prestazioni del ricorrente nel 1995, la sentenza impugnata ha esattamente rilevato l’intervenuta prescrizione del diritto al corrispettivo, siccome azionato oltre il termine decennale.

Infatti – chiosano gli Ermellini a conclusione del loro ragionamento decisionale sul punto -, «il contratto che ha per oggetto una prestazione di lavoro autonomo (ove risulti riscontrato il presupposto indefettibile della sua conclusione e, quindi, del conferimento della citata prestazione) è da considerarsi unico in relazione a tutta l’attività svolta in adempimento dell’obbligazione assunta, sicché il termine di prescrizione del diritto al compenso decorre dal giorno in cui è stato espletato l’incarico commesso, e non già dal compimento di ogni singola prestazione professionale in cui si articola l’obbligazione».
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