11 marzo 2022

PVC prova nel penale. Indizi di reato e garanzie difensive

Autore: Paola Mauro
Nel giudizio per un reato tributario il processo verbale di constatazione è integralmente utilizzabile a fini probatori, se l’indagato non allega elementi idonei a far rilevare al Giudice la violazione delle garanzie difensive da parte della Guardia di Finanza o dai funzionari degli Uffici finanziari.

È quanto emerge della lettura della sentenza n. 1579/2022 della Corte di Cassazione (Sez. III pen.), depositata il 17 gennaio, che interpreta l'art. 220 disp. att. cod. proc. pen., secondo cui: «Quando nel corso di attività ispettive o di vigilanza previste da leggi o decreti emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant'altro possa servire per l'applicazione della legge penale sono compiuticon l'osservanza delle disposizioni del codice» che garantiscono il diritto di difesa.

Il caso - La Corte d’Appello di Milano di sancito la responsabilità dei due imputati per il reato previsto dall'art. 8 delD. lgs. 74/2000 e la Suprema Corte, con la sentenza qui in esame, ha confermato il verdetto di colpevolezza, che si è principalmente basato sull’acquisizione e successiva utilizzazione processuale di un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza redatto in occasione di una verifica fiscale svolta nei confronti della Società beneficiaria delle fatture per operazioni oggettivamente inesistenti indicate nel capo d’imputazione.

Nel caso di specie, a giudizio degli Ermellini – contrariamente a quanto sostenuto dal difensore -, la Corte territoriale non è incorsa nella violazione della legge penale perché i ricorrenti non hanno specificato i motivi di applicazione del citato art. 220 disp. att. cod. proc. pen., né indicato quali parti del documento si riferiscono a circostanze acquisite senza le dovute garanzie di legge e quindi inutilizzabili.

Motivi della decisione - I Massimi giudici hanno ricordato che il "verbale di costatazione" redatto dal personale della Guardia di Finanza o dai funzionari degli Uffici Finanziari è qualificabile come documento extra-processuale ricognitivo di natura amministrativa e, in quanto tale, acquisibile e utilizzabile ai fini probatori ai sensi dell'art. 234 cod. proc. pen.

La giurisprudenza di legittimità, negli anni, ha, tuttavia, precisato che, nel momento in cui emergono indizi di reato e non meri sospetti, occorre procedere secondo le modalità prescritte dall'art. 220 disp. att. c.p.p., con la conseguenza che la parte di PVC, compilata prima dell'insorgere degli indizi, ha sempre efficacia probatoria ed è utilizzabile:
  • mentre non è tale quella redatta successivamente, qualora non siano state rispettate le disposizioni del codice di rito.
La disposizione dell’art. 220 stabilisce che «quando nel corso di attività ispettive o di vigilanza previste da leggi o decreti emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant'altro possa servire per l'applicazione della legge penale sono compiuti con l'osservanza delle disposizioni del codice».

A tal proposito la giurisprudenza di legittimità ha osservato (Sez. III, n. 27682/2014) come, «dalla semplice lettura della norma, emerga che essa presuppone, per la sua applicazione, un’attività di vigilanza o ispettiva in corso di esecuzione specificamente prevista da disposizioni normative e la sussistenza di indizi di reato emersi nel corso dell'attività medesima e solo in tal caso è richiesta l'osservanza delle disposizioni del codice di rito, ma soltanto per il compimento degli atti necessari all'assicurazione delle fonti di prova e alla raccolta di quanto altro necessario per l'applicazione della legge penale.»

In Cass., Sez. III, n. 27682/2014 si è anche rilevato «come la disposizione, che va letta in relazione anche al successivo art. 223, relativo alle analisi di campioni da effettuare sempre nel corso di attività ispettive o di vigilanza e alle garanzie dovute all'interessato, abbia lo scopo evidente di assicurare l'osservanza delle disposizioni generali del codice di rito dal momento in cui, in occasione di controlli di natura amministrativa, emergano indizi di reato, ricordando anche quella giurisprudenza secondo la quale presupposto dell’operatività della norma non è l'insorgenza di una prova indiretta quale indicata dall'art. 192 c.p.p., quanto, piuttosto, la sussistenza della mera possibilità di attribuire comunque rilevanza penale al fatto che emerge dall'inchiesta amministrativa e nel momento in cui emerge, a prescindere dalla circostanza che esso possa essere riferito ad una persona determinare» (Sez. II, n. 2601/2006; S. U, n. 45477/2001. V. anche Sez. 3, n. 31223/2019).

Più di recente si è anche avuto modo di precisare ulteriormente che, tenendo conto del dato letterale dell'art. 220, risulta chiaramente che lo stesso si riferisce a indizi di reato che emergono "nel corso" delle attività ispettive o di vigilanza, il che porta ad affermare che la cognizione circa la sussistenza di indizi di reità, ancorché non riferibili a un soggetto specifico, «deve risultare oggettivamente evidente a chi opera mentre effettua tale attività e non deve essere soltanto ipotizzata sulla base di mere congetture, né può ritenersi possibile, dopo che un reato è stato accertato, sostenere che chi effettuava il controllo avrebbe dovuto prefigurarsi quale ne sarebbe stato l'esito» (Sez. III, n. 16044/2019).

Quanto, infine, alle conseguenze dell’eventuale inosservanza della disposizione in esame, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che essa non determina automaticamente l'inutilizzabilità dei risultati probatori acquisiti nell'ambito di attività ispettive o di vigilanza, ma è necessario che l'inutilizzabilità o la nullità dell'atto sia autonomamente prevista dalle norme del codice di rito a cui l'art. 220 disp. att. rimanda; diversamente opinando, «si giungerebbe a ritenere l'inutilizzabilità di tutti i risultati probatori e gli altri risultati della verifica dopo la comunicazione della notizia di reato, situazione, all'evidenza, priva di fondamento. Da ciò consegue, dunque, che non può dedursi la generica violazione dell'art. 220 disp. att. c.p.p., essendo necessaria la specifica indicazione della violazione codicistica che avrebbe determinato l'inutilizzabilità con riguardo ai singoli atti compiuti e riportati nel processo verbale di constatazione redatto dalla medesima» (Sez. III, n. 54379/2018; Sez. 3, n. 6594/2017. V. anche Sez. III, n. 5235/2017).
  • Conseguentemente - chiosano gli Ermellini nel respingere il ricorso degli imputati -, costituisce «onere di chi eccepisce la violazione della norma precisare quali parti dei verbali siano state redatte dopo l'insorgere degli indizi di reato e, pertanto, in spregio alle disposizioni codicistiche, ma ciò non è avvenuto nel caso di specie, avendo i ricorrenti prospettato censure generiche afferenti all'intero contenuto del documento con l'aggiunta di un vago riferimento alla presenza, tra la documentazione acquisita, di numerose quietanze di pagamenti effettuati in contanti ai propri dipendenti dalla società (omissis), circostanza, questa, che avrebbe evidenziato la sussistenza di non meglio specificate violazioni di carattere penale».
Condanna alle spese - Al rigetto del ricorso è seguita la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio.
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