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Al termine della due giorni romana che ha visto l’elezione del nuovo Collegio dei revisori del Cndcec, i presidenti e i vicepresidenti degli Ordini territoriali hanno firmato una mozione per avanzare al Governo alcune richieste.
Collegio dei Revisori - Si sono concluse nella mattinata di ieri, presso il Salone Margherita di Roma, le operazioni di voto che hanno visto l’elezione del Collegio dei Revisori, il quale si sostituisce dopo quattro anni al precedente che rimarrà comunque in carica fino al 25 di questo mese. Con un anno d’anticipo sul rinnovo del Consiglio nazionale e secondo quanto disposto dall’articolo 29 del Regolamento delle attività e per il funzionamento del CNDCEC, il Collegio dei Revisori appena eletto, che durerà in carica quattro anni, è composto dal neo-presidente Filippo Cappellini, dell’Ordine di Prato, e dai revisori Franceschino Paschino, dell’Ordine di Sassari, e Marco Luchetti, dell’Ordine di Pesaro e Urbino. I candidati si erano presentati con una lista unica, espressione di alcune correnti sindacali, che aveva preso il nome di “Legalità e trasparenza” e alla quale, congiuntamente agli eletti, avevano partecipato Giorgio Longhin, dell’Ordine di Padova, e Domenico Sardano, dell’Ordine di Genova, entrambi passati con la carica di supplenti.
La mozione - Nel pomeriggio il Salone Margherita è stato testimone della conclusione dei lavori, iniziati già martedì con l’Assemblea straordinaria dei presidenti e dei vicepresidente degli Ordini territoriali. All’evento hanno partecipato sentitamente tutti i rappresentanti degli iscritti delle diverse circoscrizioni; a ben vedere, l’assemblea era stata fortemente voluta al fine di discutere del futuro della Categoria in un periodo difficile e tumultuoso a causa, tra l'altro, della crisi finanziaria, ma soprattutto delle manovre correttive emanate negli ultimi mesi. A conclusione della due giorni, è stata approvata ieri con voto unanime la mozione da rivolgere al Governo in merito al metodo da seguire nelle procedure di riordino delle professioni. Quel che vien fuori dall’accordo di ieri è una comune richiesta che presidenti e vicepresidenti hanno avanzato all’Esecutivo, affinché nel metter mano all’apparato professionale questi ne tuteli le caratteristiche originarie, obiettivo che potrà essere raggiunto solo tenendo ben presenti i principi che il Comitato unico permanente delle professioni aveva negoziato prima che la squadra di Monti prendesse le redini del Paese. Si tratta, in sintesi, di sette concetti basilari inseriti nella manovra di Ferragosto e sintetizzabili in: accesso con esame di Stato, tariffe libere, libera pubblicità, formazione obbligatoria, assicurazione obbligatoria, tirocinio universitario e funzioni di rappresentanza.
Collegio sindacale - Presidenti e vicepresidenti dimostrano di non aver alcuna intenzione di gettare la spugna per quel che concerne la discussione aperta sui collegi sindacali e sulle società tra professionisti. Nel primo caso, attraverso la mozione approvata, essi chiedono una radicale modifica dei provvedimenti erogati, in quanto di difficile e incerta applicazione; mentre sul versante delle società professionali, la richiesta non è una mera soppressione della norma, ma una rivalutazione degli equilibri interni in base alla quale il peso dei soci professionisti non possa mai essere inferiore a quello dei soci non professionisti.
Conti pubblici - Un altro tema caro ai commercialisti ed esperti contabili è stato vagliato nel momento di redigere la richiesta da inoltrare alle istituzioni governative e riguarda un aspetto prettamente fiscale. Nello specifico, i presidenti e i vicepresidenti chiedono uno snellimento della burocrazia, connesso non solo alla lotta all’evasione, ma anche e soprattutto a un contenimento degli sprechi e dei costi della Pubblica amministrazione. Solo ripristinando un sano equilibrio tra entrate e uscite lo Stato potrà chiedere la giusta collaborazione al fine di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato nelle ultime manovre. Pertanto, i commercialisti tramite i loro diretti rappresentanti hanno formulato espressa richiesta al Governo affinché divenga centrale la ricerca di equilibrio in tre direzioni: in prima battuta, nelle operazioni di contenimento dei conti pubblici, troppo concentrate sulle entrate senza porre attenzione anche alle uscite; in secondo luogo, in una lotta parallela all’evasione e alla corruzione, quale male oscuro del settore pubblico, che genera sprechi e aggravi per la società; e infine, nel rapporto tra liberalizzazione economica dell’Italia e allontanamento da pesanti strutture burocratiche e di parastato dalle quali il Paese dovrà presto liberarsi.