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L’allerta del Fisco - L’Agenzia delle Entrate diretta da Attilio Befera ha recentemente allertato le diverse associazioni di categoria che hanno un rappresentante nella Commissione degli esperti per gli studi di settore, il fine di tale richiesta d’attenzione è quello di trovare una convergenza risolutiva e collaborativa per quel che concerne gli studi di settore. L’obiettivo palese è quello di conseguire una rinnovata sintonia tra l’Amministrazione fiscale e le diverse categorie professionali, regolamentate e non, che operano in questo ambito tutti i giorni. In realtà, già agli albori di questa crisi finanziaria che oggi è arrivata al suo stadio più evoluto, l’associazione italiana dei tributaristi aveva segnalato determinati punti di non positività nell’ambito degli studi di settore. L’allarme era stato sottolineato dal delegato dell’associazione, Giuseppe Tricoli. Il punto è che, secondo l’associazione presieduta da Roberto Falcone, non v’è alcuna possibilità applicativa “autonoma e indifferenziata” degli studi di settore ai titolari di reddito derivante da lavoro autonomo.
Il problema della non applicabilità - “Apprezziamo l’attenzione rivolta dall’Agenzia delle Entrate nel valutare con attenzione la situazione delle professioni, tenendo conto del fatto che la crisi ha toccato anche il settore professionale, tanto nella riduzione della domanda, quanto nella difficoltà della clientela di pagare le parcelle con puntualità. Pertanto, sosteniamo la necessità di rendere gli studi di settore sempre più aderenti alla realtà economica che si intende rappresentare”. Con queste parole il presidente Falcone ha salutato l’intervento dell’Amministrazione finanziaria, volto a coinvolgere i professionisti interessati alla questione. In sostanza il problema risiede nel fatto che l’applicazione dei parametri automatici non produce un risultato immediato per quel che concerne i compensi del lavoro intellettuale, cosa che invece avviene per il calcolo del reddito da impresa. Per decidere se il rapporto del professionista col Fisco sia regolare non si può tracciare una strategia d’accertamento a partire dal numero di dipendenti o dal valore dei beni strumentali.
Modello alternativo - “E’ necessario dunque analizzare la situazione del singolo professionista sulla base del diverso settore di appartenenza in maniera forse più analitica. In particolare, con il meccanismo delle risultanze storiche, cogliere il fenomeno dei ritardi e mancati pagamenti dei clienti”, spiega Roberto Falcone. Da ciò ne consegue che sarebbe opportuno stendere un modello alternativo adeguato alle caratteristiche peculiari di siffatte attività, anche perché le prestazioni professionali non hanno un immediato riscontro in termini di compensi. In altri termini, il saldo della parcella può avvenire, da parte del cliente, in maniera rateale, pertanto il professionista lo incassa in periodi d’imposta differenti. Ciò detto, l’associazione presieduta da Falcone auspica che il Fisco possa mettere a punto un modello che tenga conto del rapporto tra le spese dei professionisti suddividendole il costi e tipologie. “Con il redditometro è infatti possibile ottenere una stima più reale dei compensi percepiti derivante dal confronto tra i redditi dichiarati, rispetto al normale tenore di vita del singolo - ha concluso Falcone – Il redditometro, unitamente agli altri strumenti di accertamento sintetico, quali gli studi di settore, potranno cogliere più compiutamente la capacità contributiva del professionista”.