18 settembre 2012

Tirocinio professionale, questo sconosciuto

Commercialisti e avvocati si esprimono sulla questione ancora aperta.
Autore: Redazione Fiscal Focus

Gli umori sul tirocinio professionale - Il D.P.R. 137 del 7 agosto 2012 ha portato con sé non poche novità che, se da un lato risultano positive, dall’altro lasciano scoperti alcuni quesiti. Un punto che merita oggi particolare attenzione è quello inerente i tirocini per l’accesso alle libere professioni. Come abbiamo visto nelle scorse settimane, il periodo di pratica è stato ridotto a 18 mesi, dei quali i primi sei possono essere svolti anche nell’ultimo periodo degli studi universitari in aggiunta a periodi di formazione alternativi organizzati dagli Ordini di appartenenza. Ora, se queste sono le norme, i fatti risultano essere ben più amari, sia dal fronte dei professionisti che da quello degli aspiranti tali. Infatti, per alcune categorie sarebbe opportuno selezionare i praticanti, anche perché una carica di 150.000 soggetti risulta a dir poco eccessiva; dall’altro fronte, quello di chi il tirocinio lo sta svolgendo e che subisce anche gli effetti di una crisi a causa della mancanza di lavoro, si chiedono tempi più snelli e minor peso burocratico, per poter accedere al più presto all’ambita professione. Il punto è che, a differenza di altri Stati Ue, per il tirocinante italiano non è prevista la retribuzione minima, ovvio quindi che un giovane mal si adatta alla condizione poco appetibile, anche perché svolgere un qualsiasi lavoro parallelo risulta difficile, se non impossibile.

Il parere dei commercialisti
– Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili rappresenta la categoria professionale che, più delle altre, ha accolto con favore le novità, pur ponendo delle giustificate condizioni. Secondo Andrea Bonechi, consigliere Cndcec delegato alla riforma delle professioni, le nuove disposizioni sul tirocinio sono positive, tant’è che il Consiglio nazionale e i vari Ordini hanno già sottoscritto diversi accordi con le Università. “È infatti importante – spiega Bonechi - che sia salvaguardata la necessità che almeno un anno sia svolto all'interno degli studi professionali, mentre, in merito all'inizio della pratica nelle università, il nostro ordine aveva già stipulato diverse convenzioni affinché due degli originari tre anni di tirocinio fossero assorbiti dal corso di laurea specialistico convenzionato con gli ordini”. Nonostante l’apertura nei confronti delle scelte governative, a parere del Cndcec vi sono comunque delle zone grigie che andrebbero meglio chiarite. In particolare, lo stesso consigliere Bonechi sottolinea che bisognerebbe rivedere la questione del tirocinio a 36 mesi previsto per l’accesso all’attività di revisore legale. D’altronde, si tratta di un tema affrontato anche dal presidente Siciliotti in una missiva che ha indirizzato, qualche giorno fa, al Ministero della Giustizia chiedendo espressamente che si faccia chiarezza.

Il fronte forense
– Per gli avvocati la questione diventa un po’ più delicata. In sostanza, le disposizioni governative hanno deciso che dei diciotto mesi di pratica obbligatoria, possano esser svolti presso uno studio legale solo sei e i restanti dodici si concluderanno o con la frequenza di scuole di specializzazione universitaria o con il tirocinio presso gli studi legali degli enti pubblici o delle aziende che hanno ottenuto l’autorizzazione da parte del Ministero della Giustizia. A questo punto non c’è da stupirsi se il Consiglio nazionale forense si stia opponendo con tutte le forze a un siffatto provvedimento definito come “inaccettabile” dal consigliere Andrea Mascherin. Quest’ultimo, in particolare, spiega che seguendo tale percorso “da un lato viene dequalificato il percorso formativo e dall'altro si anticipa l'ingresso nel mondo del lavoro senza le dovute competenze, sacrificando la pratica sul posto di lavoro”. In perfetta sintonia con le posizioni del Cnf risulta essere l’Organismo unitario dell'avvocatura guidato dal presidente Maurizio De Tilla. Nel nostro Paese, secondo i leader dell’Oua, sono presenti 87.000 tirocinanti, contro i 3.000 della Francia dove “la selezione avviene prima perché si accede alla pratica dopo aver sostenuto un esame durissimo. E in media solo il 20% dei candidati lo supera. Grazie a questo sbarramento chi affronta la prova sono i giovani decisi a fare l'avvocato, e non si rischia che, come in Italia, accedano alla pratica anche persone che nella vita vogliono fare tutt'altro”.

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