3 febbraio 2022

Ricavi “in nero”. La prova nella valigetta aperta spontaneamente

Cassazione a Sezioni Unite, sentenza del 2 febbraio 2022

Autore: Paola Mauro
I documenti extracontabili custoditi in borse, plichi, casseforti, mobili e simili, acquisiti in occasione di un accesso nei locali destinati all'esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali senza la prevista autorizzazione del Procuratore della Repubblica, ma comunque con la collaborazione del contribuente, sono utilizzabili ai fini dell’accertamento con metodo induttivo del reddito d’impresa.

È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 3182/2022 pronunciata dalle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione e pubblicata ieri.

Il caso- Il giudizio riguarda l’impugnazione di un avviso di accertamento basato sul rilievo di maggiori ricavi per la vendita “in nero" di materie prime, come ricostruito induttivamente (ex art. 39, comma 1, lett. d], D.P.R. n. 600/1973) dall’Agenzia delle Entrate grazie al rinvenimento di documentazione extracontabile (nella quale erano state annotate operazioni di vendita senza fatturazione o con fatturazione sottostimata) contenuta nella valigetta dell’Amministratore delegato della Società sottoposta a controllo.

Ebbene, il recupero a tassazione in discorso è stato inizialmente annullato dalla C.T.P. – che ha accolto il ricorso della contribuente sotto il profilo della nullità della notifica dell'avviso di accertamento –, mentre la C.T.R. ha affermato che la notifica in questione, eseguita a mezzo posta, era da considerarsi valida ed efficace, non essendo in questo caso prevista la compilazione della relata.

La C.T.R. ha, quindi, avallato l’operato dell’Agenzia delle Entrate osservando, in particolare, che, con riferimento alla questione della illegittima acquisizione della documentazione extracontabile, in quanto rinvenuta in una valigetta dell'Amministratore delegato della Società senza autorizzazione dell'Autorità Giudiziaria, non poteva ragionarsi in termini di apertura coattiva secondo il presupposto di cui all'art.52 D.P.R. n. 633/1972, poiché lo stesso risultava averla consegnata spontaneamente e senza coercizione e, d'altro lato, la mancata informazione, al momento dell'accesso, della facoltà di farsi assistere da un professionista di fiducia, non poteva essere sanzionata con la nullità del P.V.C., in mancanza di specifica previsione normativa.

Stante quanto sopra, la Società contribuente ha proposto ricorso alla Suprema Corte lamentando – per quanto è qui d’interesse – la violazione di legge con riferimento agli artt. 52, comma 3, D.P.R. n. 633/1972, 33 D.P.R. n. 600/1973 e 12, comma 2, L. n. 212/00.

A fronte di questa censura della ricorrente, la Sezione Tributaria della Suprema Corte, cui il ricorso è stato originariamente assegnato, con l’ordinanza interlocutoria n. 10664/2021 ha rimesso gli atti alle Sezioni Unite, ritenendo necessaria, ai fini della decisione del caso, la definizione delle seguenti questioni di diritto per le quali le Sezioni Semplici si sono pronunciate, negli anni, in senso difforme:
  • se, in caso di apertura della valigetta reperita in sede di accesso, la mancanza di autorizzazione di cui all'art. 52, comma 3, D.P.R. n. 633/1972, possa essere superata dal consenso prestato dal titolare del diritto;
  • se, nel caso in cui si dia risposta positiva alla prima questione, il consenso può dirsi libero ed informato anche qualora l'Amministrazione Finanziaria non abbia informato il titolare del diritto della facoltà, di cui all'art. 12, comma 2, legge n. 212/2000, di farsi assistere da un professionista abilitato alla difesa dinanzi agli organi della giustizia tributaria;
  • se, infine, l'eventuale inosservanza del suddetto obbligo di informazione e il conseguente vizio del consenso del titolare del diritto comporti l'inutilizzabilità della documentazione acquisita in mancanza della prescritta autorizzazione.

Ebbene, ora è arrivata la risposta del Massimo Consesso di “Piazza Cavour” su queste tre quesiti.

Principi di diritto -Con la sentenza citata in apertura, le Sezioni Unite civili della Suprema Corte di Cassazione hanno stabilito che:
  • «In tema di accertamento delle imposte, l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica all'apertura di pieghi sigillati, borse, casseforti e mobili in genere, prescritta in materia di IVA dall'art. 52, comma 3, del d.P.R. n. 633 del 1972 (e necessaria anche in tema di imposte dirette, in virtù del richiamo contenuto nell'art. 33 del d.P.R. n. 600 del 1973), è richiesta soltanto nel caso di "apertura coattiva”, e non anche ove l'attività di ricerca si svolga con il libero consenso del contribuente».
  • «In tema di accertamento delle imposte, con riguardo all’apertura di pieghi sigillati, borse, casseforti e mobili in genere, prevista in materia di IVA dall’art. 52, comma 3, del d.P.R. n. 633 del 1972, ai fini della valida espressione del consenso alla apertura della borsa non è necessario che il contribuente sia stato informato della sussistenza di una previsione di legge che, in caso di sua opposizione, consente l’apertura coattiva solo previa autorizzazione del Procuratore della Repubblica, non rinvenendosi un obbligo in tal senso nell’art. 52 cit. e neanche nell’art. 12, comma 2, della legge 212/2000» .

La soluzione offerta al secondo quesito ha reso superflua la riposta al terzo quesito prospettato dall’ordinanza interlocutoria.

Il rinvio- Dopo tale chiarimento del Collego esteso, la causa è stata rimessa alla Sezione tributaria del “Palazzaccio” per la decisione degli altri motivi proposti dalla Società ricorrente.
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