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Lo schema di regolamento - Lo scorso venerdì, tra gli altri provvedimenti, il Consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto diretto a tutte le professioni ordinistiche, eccezion fatta per quelle del settore sanitario. In base al testo presentato dal ministro Severino e discusso dall’intera squadra esecutiva, sono stati introdotti diversi punti che andranno a costituire la vera e propria riforma che, come è noto, dovrà essere presentata e approvata entro il 12 agosto. Tra i focus illustrati venerdì in seno al consesso governativo spicca la formazione continua permanente intesa come obbligo del singolo professionista che, se dovesse venir meno all’impegno formativo, potrà essere soggetto a sanzioni di tipo disciplinare. A ciò si aggiunge un ulteriore obbligo, vale a dire quello inerente l’assicurazione per i rischi generati dalla stessa attività svolta, lo schema regolamentare impone l’obbligatorietà sia della stipula che dell’informazione al cliente. Anche in questo caso, se il professionista viene meno all’onere, scatta la sanzione. Ora, a determinare tali provvedimenti disciplinari sarà un’apposita commissione i cui membri però non potranno avere contemporaneamente le cariche di consigliere dell’Ordine territoriale o del Consiglio nazionale. Infine, sarà consentita la pubblicità informativa a carico del professionista nella quale lo stesso potrà comunicare le proprie tariffe, i titoli e le aree operative. Questi, in sintesi, i punti approvati dal Consiglio dei ministri.
Il parere delle professioni - Le professioni, dal canto loro, hanno apprezzato la solerzia del governo, ma non hanno potuto fare a meno di porre in evidenza dei punti che a loro parere appaiono deboli e inefficaci. In particolare, l’attenzione degli Ordini professionali si è focalizzata sulla questione relativa alle possibilità di accesso dei giovani alla categoria. Il punto di vista diffuso è che si è fatto tanto per snellire le procedure, con l’unico risultato di renderle ancora più pesanti e meno flessibili. In sostanza, pare che le possibilità di un neolaureato di entrare a far parte della sfera professionale consona ai propri studi sia resa ancora più tortuosa. Il problema, sottolinea il presidente del Cup, Marina Calderone, è che non si è ritenuto opportuno consultare i diretti interessati, vale a dire gli Ordini, dai quali l’esecutivo avrebbe potuto trarre consigli operativi proprio per quel che concerne tale delicata questione.
I problemi di accesso – Perché le categorie professionali non vedono di buon occhio le nuove procedure di accesso alla professione introdotte dallo schema di regolamento? Per dare una risposta a tale quesito risulta necessario andare a vedere cosa dispone la bozza di decreto approvata venerdì scorso. Nello specifico, secondo il testo presentato dal ministro Severino, il praticantato verrà ridotto a diciotto mesi per tutte le professioni e, come già si era affermato in precedenza, i primi sei mesi potranno essere svolti in concomitanza con gli studi universitari. La novità sta nel fatto che oltre a siffatta contrazione del praticantato, lo schema aggiunge un corso formativo obbligatorio di duecento ore da svolgere durante il periodo di tirocinio. La gestione di questo corso verrà interamente affidata agli Ordini, mentre le commissioni di verifica saranno composte da docenti e da professionisti. In definitiva, tali disposizioni spingono sempre più i praticanti verso una vita fatta di libri, più che di pratica, generando un vero e proprio controsenso. E’ vero che la scelta esecutiva intende smascherare e limitare i tirocini fittizi, ma in questo modo la pratica diverrebbe un impegno a tempo perso.
Il parere del Cndcec - Particolarmente accesa è la critica avanzata dal presidente dei dottori commercialisti e degli esperti contabili italiani, Claudio Siciliotti. Secondo il numero uno del Cndcec, già la scelta di ridurre il periodo di pratica è stata particolarmente azzardata perché limita il tempo che il neo-professionista deve dedicare all’esperienza sul campo. Inoltre, Siciliotti non ha nascosto la “concettuale contrarietà” dei commercialisti a tali modifiche. “Sei mesi si passano in Università, altri sei in un corso di formazione e poi, in qualche ritaglio di tempo si frequenta uno studio professionale – ha dichiarato Claudio Siciliotti – E’ questa la preparazione che si vuole dare ai giovani aspiranti professionisti? In questo ambito rientra anche il divieto di acquisire praticanti negli studi in cui ci sia un titolare con meno di cinque anni di carriera. Il concetto è che chi è troppo giovane non può insegnare a un tirocinante, ma questo significa considerare i giovani inferiori”.