21 dicembre 2021

Verifiche fiscali. Accesso presso il domicilio di persona diversa dal contribuente

Autore: Redazione Fiscal Focus
La Corte di Cassazione (Sez. V civ.), con la sentenza n. 28577/2021 pubblicata il 18 ottobre, ha affermato che:
  • «In tema di accertamento, l'autorizzazione alla perquisizione domiciliare del Procuratore della Repubblica, prevista dall'art. 52, comma 2, del d.P.R. n. 633 del 1972, è subordinata alla presenza di gravi indizi di violazioni tributarie la cui sussistenza e legittimità deve essere oggetto di verifica da parte del giudice, atteso che tale requisito coinvolge la regolarità del procedimento accertativo su cui si fonda la pretesa impositiva; verifica che deve essere compiuta anche nel caso in cui il contribuente impugni l'autorizzazione relativa a perquisizione compiuta presso il domicilio di un terzo e a seguito della quale sono stati rinvenuti documenti poi utilizzati in sede di contestazione tributaria nei confronti dello stesso contribuente».

Il caso -La contribuente, quale titolare di una Società esercente attività di commercio di prodotti per animali, è stata raggiunta da un avviso di accertamento di maggiori ricavi ai fini IRPEF, IRAP e IVA, per l'anno 2007, che l’Agenzia delle Entrate ha determinato con metodo induttivo, avvalendosi del contenuto della documentazione extracontabile rinvenuta dalla Guardia di Finanza in occasione dell’accesso eseguito presso l’abitazione privata della titolare di una Ditta fornitrice che ha rivelato – secondo l’assunto dell’Ufficio – la fornitura "in nero" di mangimi per animali, con sottofatturazione e pagamento della differenza in contanti.

Ebbene, la contribuente ha proposto ricorso alla C.T.P. di Pavia, che l'ha rigettato; ha quindi proposto appello dinanzi alla C.T.R. della Lombardia deducendo, in particolare, che:
  • l'accertamento era stato effettuato esclusivamente sulla base delle dichiarazioni fatte ai verificatori dalla titolare della Ditta fornitrice, senza convocazione per il contraddittorio;
  • l'accertamento era stato effettuato a seguito di un accesso illegittimo presso l'abitazione di un terzo, in quanto autorizzato dal P.M. senza motivare in merito ai gravi indizi (e, per tale ragione, era stato impugnato dalla Società fornitrice anche l'accertamento a essa notificato).

La Commissione regionale ha disatteso queste (e le altre) doglianze rappresentate dalla contribuente nell’atto d’appello, sicché la vicenda è approdata innanzi ai giudici della Suprema Corte i quali hanno assunto, in esito all’esame del ricorso, una decisione che ha ribaltato le sorti del giudizio.

Gli Ermellini, infatti, in accoglimento del primo motivo – incentrato sulla violazione e falsa applicazione degli artt. 52, comma 1 e 2, D.P.R. n. 633 del 1972, 39 D.P.R. n. 600/73, 54 D.P.R. n. 633/1972, 2967,2727 e 2729 cod. civ. – hanno annullato la sentenza di secondo grado e, per l’effetto, disposto il rinvio della causa alla C.T.R. della Lombardia, in diversa composizione, per la rinnovazione del giudizio.

L’errore della C.T.R.- Con il motivo accolto è stata dedotta l'illegittimità dell'avviso di accertamento in quanto fondato su dati acquisiti dalla G.d.F. durante l'accesso presso l'abitazione del legale rappresentante di altra Società presunta fornitrice, in forza di provvedimento autorizzativo del P.M. non rispondente a quello tipizzato ex art. 52, comma 2, D.P.R. n. 633 del 1972, essendo privo della motivazione "sui gravi indizi" di violazioni tributarie trattandosi – a detta della contribuente - di locale adibito esclusivamente ad abitazione.

La C.T.R. ha circoscritto il potere d’impugnare l'atto del P.M. al solo soggetto presso i cui luoghi di vita o relazione sono stati rinvenuti documenti poi utilizzati in sede di contestazione tributaria a carico di altri; ma, a giudizio della Suprema Corte, l’affermazione del Giudice di merito contrastata con le disposizioni del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 2, richiamato dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33, giacché tali norme disciplinano il procedimento autorizzatorio del P.M. obbligando quest’ultimo a fornire una motivazione degli indizi di gravi violazioni tributarie, in ossequio alla previsione dell'art. 14 Cost. dell’inviolabilità del domicilio personale.

Controllo del provvedimento del P.M. - Osservano gli Ermellini che: «Una diversa ricostruzione dell'istituto, volta ad attribuire la facoltà d'impugnativa alla sola persona incisa da un accesso non motivato al proprio domicilio e sia pur per la ricerca di prove di violazione di norme tributarie commesse da altra, toglierebbe ogni pregio alla guarentigia costituzionale, per come trasfusa nei citati articoli, permettendo invero a carico del contribuente, contro cui si facessero valere - come nel caso - documenti rinvenuti illegittimamente presso l'altrui domicilio, una compressione irragionevole del diritto di difesa svuotato del collegamento ai sensi dell'art. 24 Cost., in quanto rimesso alla mera eventualità che la sola persona fisica che ha subito l'accesso se ne dolga (in tal senso, Cass., sez. 5, n. 8206 del 2015). Ne discende, pertanto, che i gravi indizi di violazione tributaria, nelle ipotesi contemplate dell'art. 52, comma 2, costituiscono requisito dell'autorizzazione della perquisizione domiciliare direttamente fissato dalla legge, la cui sussistenza e legittimità non può sfuggire alla verifica del giudice deputato al sindacato della legittimità formale e sostanziale della pretesa impositiva, atteso che tale requisito coinvolge la regolarità del procedimento accertativo su cui si fonda tale pretesa. Ed è evidente che, nell'esercizio del compito in questione, il giudice deve negare la legittimità dell'autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime, valutando consequenzialmente il fondamento della pretesa fiscale senza tenere conto di quelle prove irritualmente raccolte (cfr. Cass. S.U. 16424/2002; in senso sostanzialmente conforme, Cass. 19689/2004; 21779/2011; 19338/2011; Sez. 5, Sentenza n. 27174 del 2014)»

Nel caso di specie, pertanto, i Massimi giudici affermano:
  • «La CTR quindi ha male applicato la disposizione legislativa procedimentale oggetto della censura in esame, non giustificando adeguatamente l'applicazione del primo comma in luogo del secondo; il mancato vaglio da parte della CTR della legittimità dell'accesso nei locali di altra società (definito "ininfluente" in base al primo ordine di motivi su cui poggia la decisione) rileva proprio in quanto l'accertamento fiscale è fondato sulla documentazione (contabilità parallela) reperita nell'abitazione della M.; il conseguente riverbero sulla utilizzabilità della detta documentazione vizia, pertanto, anche il successivo ragionamento presuntivo, ex art. 2729 c.c., operato dal giudice di appello (costituente il secondo ordine di motivi alla base della sentenza) che risulta basato sulla valutazione congiunta di entrambi gli elementi (contabilità parallela e dichiarazioni del legale rappresentante della T.E.)».

Da qui il rinvio della causa al Giudice di secondo grado per nuovo esame.
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