2 febbraio 2026

Riforma delle professioni, si rischia un cortocircuito: Assoprofessioni chiede una correzione

Se “competenza” e “riserva” finiscono per coincidere, molte attività oggi svolte in un quadro pluralistico rischiano di diventare di fatto esclusive di albo

Autore: Redazione Fiscal Focus

Il confronto sulla riforma degli ordinamenti professionali entra nel vivo e, nel corso dell’audizione del 22 gennaio presso la Commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge delega “Delega al Governo per la riforma della disciplina degli ordinamenti professionali” (AS 1663), Assoprofessioni mette in guardia da un effetto collaterale che potrebbe ridisegnare gli equilibri del mercato.

Il Segretario generale della Confederazione, Roberto Falcone, anche Presidente nazionale Lapet, ha espresso dubbi netti su alcune disposizioni, evocando il rischio di un vero e proprio "cortocircuito normativo” capace di incidere sulla sopravvivenza professionale di una platea ampia di operatori che fanno riferimento alla Legge n. 4/2013.

Il punto critico dell’articolo 2: quando la “competenza” rischia di diventare “riserva”

Il nodo, per Assoprofessioni, è concentrato nella formulazione del punto 4, comma 1, lettera c) dell’articolo 2. È qui che, secondo Falcone, si sovrappongono concetti che dovrebbero rimanere distinti: la “competenza”, intesa come ambito tipico e qualificante di una professione, e la “riserva”, che invece delimita ciò che solo gli iscritti a un ordine o albo possono svolgere in via esclusiva.

Se questa distinzione si appanna, il rischio è che ciò che un ordinamento professionale richiama come “competenza” venga letto come attività automaticamente preclusa a chi non appartiene all’ordine, con un effetto di chiusura del mercato non dichiarato ma sostanziale.

L’equilibrio duale del sistema professionale e la partita della consulenza

Assoprofessioni richiama un principio di fondo: il sistema italiano si regge su un equilibrio duale che non può essere alterato senza conseguenze. Da un lato esistono attività riservate per legge a chi è iscritto a ordini e albi. Dall’altro ci sono attività libere, che possono essere svolte anche da professionisti non ordinistici, nell’ambito delle regole generali e delle competenze effettivamente possedute. In questo perimetro rientrano molte prestazioni di consulenza che, soprattutto nell’area economico-tributaria, hanno storicamente un mercato plurale.

Non è un dettaglio, perché proprio la consulenza tributaria e fiscale rappresenta un esempio emblematico di attività che, nella prassi, viene svolta da soggetti diversi – non solo all’interno di un’unica categoria – con confini spesso legati alla natura dell’atto e non alla sola “etichetta” della competenza professionale. È su questo terreno che una formulazione ambigua rischia di produrre incertezza e attriti.

Concorrenza, costi e accesso al mercato: i possibili effetti

La preoccupazione, nella lettura della Confederazione, è che l’impianto attuale finisca per trasformare in esclusiva tutto ciò che è citato negli ordinamenti professionali, con un effetto espulsivo a danno dei professionisti regolati dalla Legge 4/2013.

Falcone parla di una contraddizione terminologica pericolosa: se si trattano come equivalenti le attività “di competenza” e quelle “riservate”, ogni richiamo nell’ordinamento può diventare la base per rivendicare un monopolio, comprimendo la concorrenza e riducendo gli spazi di scelta per cittadini e imprese.

In questo scenario, Assoprofessioni mette sul tavolo anche il profilo europeo, richiamando la Direttiva UE 2018/958 sul test di proporzionalità, che mira a evitare restrizioni non giustificate all’accesso e all’esercizio delle professioni. Un irrigidimento del perimetro, se non sorretto da motivazioni e verifiche proporzionate, potrebbe aprire la strada a contestazioni e contenziosi, oltre a produrre effetti economici immediati: minore competizione, incremento dei costi dei servizi e minore libertà di scelta.

La proposta: sostituire “attribuito” con “riservato”

Per evitare interpretazioni estensive e ripristinare una linea netta, Assoprofessioni propone una correzione che, pur minimale sul piano lessicale, sarebbe decisiva sul piano sostanziale: sostituire il termine “attribuito” con “riservato”.

L’idea è semplice: ciò che non è espressamente riservato dalla legge deve restare nel campo del libero esercizio, preservando la coesistenza tra professioni ordinistiche e professioni non organizzate in ordini o collegi. È, nella visione della Confederazione, l’unico modo per evitare che il sistema duale venga svuotato per via interpretativa e per ridurre l’area grigia che alimenta scontri tra categorie.

Cosa cambia per i commercialisti

La distinzione tra riserva e competenza incide direttamente sulla certezza dei confini e, quindi, sulla serenità operativa del mercato dei servizi professionali. Un testo che lasci spazio all’equiparazione tra competenza e riserva rischia di aumentare l’incertezza su cosa sia effettivamente esclusivo e su cosa, invece, rientri nella fisiologia della consulenza libera.

E dove cresce l’incertezza, cresce anche il contenzioso, con un impatto non solo sulle categorie ma anche sui clienti, che si trovano davanti a costi potenzialmente più alti e a una scelta più limitata.

In attesa di capire come evolverà l’iter del provvedimento, la richiesta di Assoprofessioni punta a un obiettivo preciso: scrivere una norma che non affidi ai margini interpretativi la tenuta dell’equilibrio tra attività riservate e attività libere, evitando che una parola sbagliata produca, nei fatti, una riforma molto più restrittiva di quanto il legislatore intenda dichiarare.

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